LA GUERRE EN PLEIN PARIS

“È tutto così miserabile”. Questo dice Vito Corleone ne Il Padrino. Mi sembra una frase calzante per questi giorni. Magari è limitativa, ma quantomeno opportuna. Sì, decisamente. Miserabile è ciò che ha fatto l’ISIS, che rivendica gli attentati a Parigi, dove più di centoventi persone hanno perso la vita. Miserabile è una parte di Francia, che in preda all’orrore e all’odio, reagisce di pancia, dichiarando guerra e lasciando che Hollande chiuda le frontiere. Miserabile è la Russia, che segue l’onda degli “amici” transalpini. Magari miserabile saranno gli USA se ricominceranno a essere parte attiva anche in questo conflitto. Ma probabilmente è questo che devono essere i capi. Saper prendere decisioni scomode in momenti difficili.

“La guerra in piena Parigi”. Questo titola un giornale di cui ora mi sfugge il nome. Eppure non si è sentito nessuno urlare allo scandalo e scendere in piazza per molte altre cose. In questi stessi giorni ci sono stati attacchi terroristici in Libano e a Baghdad, così come sono morte persone per un terremoto in Giappone e per un uragano in Messico. E prima di oggi, tante altre cose sono successe. Forse la gente si è già scordata di “Je suis Chiarlie”, di Charlie Hebdo e tutto il resto.
C’è chi liquiderebbe la questione con un semplice “c’est la vie”, giusto per rimanere in tema. Io, sebbene non parli la lingua dei cugini d’oltralpe, direi “sont des hommes”, sono gli uomini. Non in tutti i casi, ma in molti sì. E non mi dilungo oltre, in questa faccenda. Non ho sufficienti elementi per giudicare o per tirare conclusioni. Le mie sarebbero opinioni affrettate, forse opinioni di un clown, alla stregua di quelle scritte da Heinrich Böll. Vorrei invece concentrarmi su un’altra cosa che, certamente, conosco meglio.

Che cosa ho provato venerdì sera quando, di ritorno da una piacevole serata di letture, ho sentito degli attentati di Parigi al telegiornale? C’è chi potrebbe dire: nulla. Chi risponderebbe: odio. Altri: sgomento. Altri ancora: disperazione.
Mentre mi infilavo sotto le coperte, prima di addormentarmi, le uniche due sensazioni che ho provato sono state: smarrimento e solitudine. Qualcosa di molto più acuto e penetrante che in altre occasioni. Qualcosa che, sebbene così lontano e rivolto a persone che non conosco, mi ha catturato e mi ha messo con le spalle al muro. L’unica cosa che volevo fare in quel momento era abbracciare. Abbracciare qualcuno a cui volessi bene. Ed esserne abbracciato. Quello era realmente ciò che desiderasi, l’unica cosa che contasse, la sola azione degna di nota in quel frangente.
Per mia sfortuna ero solo, perciò ho dovuto tenermi compagnia leggendo un libro, eppure, anche oggi, a quattro giorni di distanza, sebbene la ferita di queste vicende sia ancora recente e sanguinante, non posso fare a meno di pensare che l’abbraccio potrebbe essere la risposta a questo mio senso di perdizione, a ciò che provo e che mi sconvolge, che mi fa traballare.

Vorrei che tutto, tutti i problemi del mondo potessero essere risolti in questo modo, ma come dicevo prima, le mie sono idee assurde, forse addirittura stupide e di certo cadranno nel vuoto. Tuttavia ciò che sento dentro rimane e le mie braccia restano aperte.

PIOVE (parte 1)

In un primo momento mi sentii strano perché provai una sensazione con cui non avevo confidenza da qualche mese: restare fermo nello stesso posto con una miriade di idee che mi vorticavano per la testa era come essere inchiodato a una sedia nell’occhio di un tornado.

Mi sembrò un po’ stupido scrivere cose inventate o forse anche reali per continuare una storia che avevo congelato da un sacco di tempo. E poi, mi chiesi, una volta finita la storia che cosa avrei fatto? Avrei pubblicato? Chiedendo a chi? A case editrici che ti succhiano il sangue per stampare qualcosa di tuo? Avrei sperato di ottenere il successo di grandi scrittori affermati e famosi che guadagnano un sacco di soldi con i loro romanzi e possono vivere dei diritti di autore delle proprie opere? Ce l’avrei fatta?

Improvvisamente mi afferrò una strana arrendevolezza.

Lasciai cascare le braccia dietro lo schienale della sedia. Perché mi sentivo così? Scrivere mi aveva sempre dato piacere e divertimento. Perché ora le mie storie mi lasciavano indifferente?

Mi alzai e iniziai a camminare per la stanza. Non sapevo cosa fare e mi sentivo un idiota. Perché mi trovavo in quello stato? Che cos’era successo dall’ultima volta che mi ero preso una pausa dal trantran quotidiano per mettermi a scrivere? Che cosa c’era stato lì in mezzo? Niente di sconvolgente. Niente di eccitante. Solo la noia di tutti i giorni e le solite cose che facevo. Non era cambiato granché.

Rimanevo invischiato lì, in un spazio interdimensionale, uno spazio tra gli spazi, in mezzo a ciò che avevo vissuto fino a quel momento e ciò che avrei potuto vivere domani, un bivio tra passato e futuro con l’intero presente che mi scivolava addosso come olio pesante da una giara.

Tornai a sedermi sbuffando e provai a rileggere le ultime righe che avevo scritto.

Man mano che riguardavo, mi spingevo sempre più indietro nella storia, come a voler ripartire dall’inizio, a capire da dov’ero passato per giungere fin lì.

Ogni tanto sorridevo intuendo che cosa mi aveva portato a mettere una determinata frase in un ampio periodo oppure scuotevo il capo divertito per le situazioni che avevo descritto.

La storia che avevo inventato mi aveva colpito e la stavo raccontando anche abbastanza bene, però ancora non mi venne in mente come proseguire.

Il tempo passò e tutto ciò che scrissi in quasi due ore fu una mezza paginetta, messa lì giusto per terminare il pensiero che non avevo concluso mesi prima.

Non ero per nulla soddisfatto, però non sapevo che altro fare. Era inutile fissare lo schermo del computer sperando che un’idea pazzesca e geniale mi attraversasse la mente. Che poi, tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare, come dice il proverbio. Tra l’avere un’idea e lo scriverla dentro un romanzo già avviato c’è un abisso a volte.

Il profumo del pranzo iniziò a stuzzicarmi le narici e quando guardai l’orologio vidi che segnava mezzogiorno e un quarto. Mia madre non mi aveva ancora chiamato, o forse io non l’avevo sentita, immerso in un ciclone di pensieri confusi. Controllai anche altri file salvati in memoria. Sempre file di scrittura. Tante altre storie, tanti altri racconti e un paio di romanzi terminati l’anno precedente.

Sorrisi compiaciuto: avevo una marea di cose da proporre alle case editrici, grandi e piccole, ma non ero sicuro che le mie storie sarebbero piaciute. La soddisfazione per aver scritto così tanto e magari così bene svaniva quasi subito pensando alla montagna che si trovava di fronte a me e che avrei dovuto scalare.

Solitamente, quando invii un tuo lavoro che vorresti pubblicare, ti arriva una lettera per posta ordinaria oppure una e-mail con la quale la casa editrice interpellata ti spiega che la tua opera non risponde alle linee editoriali. A volte, se sei fortunato, ti viene anche motivato il rifiuto, ma solo se sei fortunato.

La mia paura era proprio quella: caricarmi di false aspettative, esagerare con le illusioni per poi rimanere deluso da gente cui non fregava niente di me e dei miei sogni. In fondo io, per qualunque casa editrice, non ero né più né meno che uno di tanti sognatori che c’erano in giro.

Ma per me scrivere era molto più che vedere il mio nome in copertina. Per questo avevo paura e continuavo a tenere i miei lavori salvati sull’hard disk del computer senza dire nulla a nessuno.

Sì, il sogno c’era, ma era come l’ultima, la più piccola delle matrioske, nascosta da tutti gli involucri delle altre bambole più grandi.

Continuai a leggere i miei vecchi lavori per un quarto d’ora divertendomi a rivivere a distanza di molto tempo le sensazioni provate mentre scrivevo quelle storie.

Quando mia madre mi chiamò dicendomi che era pronto il pranzo, spensi il computer con una vena di nostalgia per quei bei momenti passati, dopodiché mi alzai e me ne andai nel cucinino.

Mentre chiudevo la porta della mia camera sentii il magone che mi attraversava il petto e provai subito un’immensa voglia di scoppiare a piangere. Mi voltai sospirando; il pensare a tutte quelle storie a tutti quei fiumi di parole mi faceva tornare in mente Simona perché di molto parlavano le decine e decine di racconti e i due romanzi terminati, ma soprattutto di lei, la mia Simona che se n’era andata.

E fuori, in un giorno di cemento, la pioggia continuava a cadere.

(Tratto dal capitolo 5 – PIOVE, “Lupus et agnus“, Raul Londra)

EQUILIBRIO INSTABILE

L’equilibrio è quella strana condizione psicofisica che certe persone rincorrono perché viene confuso con la felicità. Equilibrio non è felicità. Equilibrio e felicità non sono sinonimi di uno stesso stato d’animo. L’equilibrio è come il mare in bonaccia, mentre la felicità molto spesso può essere vista come una tempesta. Bonaccia e tempesta non sono la stessa cosa. Io, per esempio, ora mi sento in equilibrio, sereno, ma non sono felice, perché se fossi davvero felice, salterei come uno stambecco, riderei come un’imbecille, non potrei odiare nessuno e sentirei il cuore scoppiare dentro il petto senza provare alcun dolore. Perciò, ripeto, equilibrio e felicità non sono la stessa cosa. Bisognerebbe che la gente decidesse cosa desidera veramente e che comprendesse il significato di ciò che sceglie.

ECHO

Era il pomeriggio inoltrato di una bella domenica soleggiata d’agosto quando Giorgio si svegliò con il mal di testa. Alcuni raggi di sole filtravano dalle persiane chiuse della sua camera da letto e lo infastidivano.

Si alzò e fece un giro per casa. Fin dalla mattina l’emicrania lo aveva tormentato, ma almeno per ora si era un po’ calmata, senza però dar segno di volerlo lasciare in pace. Eppure aveva sognato qualcosa di bello: un bel sogno non avrebbe dovuto renderlo felice, forse?

Come al solito, dopo un sogno, ecco di nuovo la sua desertica nuova realtà. Nulla era cambiato dal giorno prima, nulla sarebbe cambiato il giorno dopo: solo Silvia c’era a rendergli meno odiosa un’esistenza del tutto incolore, nemmeno grigia.

Pensò alla ragazza così intensamente che perse la cognizione del tempo e si scordò addirittura il mal di testa. Quant’era bella! No, bella era ancora dir poco. Lei era molto di più che bella, era stupenda, no, divina, no… non esistevano parole umane per descriverla. Un altro non avrebbe mai capito quello che provava.

Giorgio respirò a fondo. Chiuse gli occhi. Li riaprì.

Eccola lì, proprio davanti a lui. Ma possibile che fosse lei? Fino a un attimo prima non c’era, la casa era deserta. No, non poteva essere un sogno. Era lì, davanti a lui, in carne ed ossa.

Che stupido, si disse, e rise: non c’era nessuno, solo un film della sua mente. L’aveva vista così tante volte che ora riusciva pure ad immaginarsela.

La fissò ammorbidendo lo sguardo che si fece ben presto umido. Tentò di riempire il silenzio martellante con qualche parola ma non riuscì a pronunciare che bisbigli soffocati in gola.

Silvia stava ancora lì, di fronte e lo fissava sorridendo. Giorgio tese in avanti la mano per accarezzarle la guancia ma tutto svanì, lo schermo si fece nero e si udì dalla cucina un trillo di telefono.

(Tratto dal racconto ECHO, “Memorabilia – Storie di un mondo invisibile“, Raul Londra)

AMORE NON CORRISPOSTO

La guardava, la vedeva dall’altra parte e desiderava dirle: “Strappami gli occhi, così non ti vedrò mai più, per saperti lontana da ne, tra le braccia di un altro.”
Lei rideva e chiacchierava, si divertiva, come se nulla fossa.
“Uccidimi, così smetterei di soffrire” voleva dirle, ma non trovava il coraggio. “Vorrei non averti mai conosciuta, ” pensò, “perché almeno non continuerei a pensare a te.”
E lei era là, ignara di ogni cosa.
E lui la guardava da lontano, senza poter fare nulla; si sentiva ridicolo, come un bambino il primo giorno di scuola, smarrito e triste.
“Nonostante tutto quello che è successo e che non è successo, nonostante tutto quello che ho fatto, che non ho fatto, che farò o che non farò, nonostante tutto quello che ho detto o che ho taciuto, io ti amo.”