INCONTRI RAVVICINATI DEL QUARTO TIPO

Ci sto riflettendo in questi giorni. È una sorta di vocina che mi sussurra una domanda nella mente e non smette. Anzi, continua. Sempre più forte, sempre più ravvicinata, a tal punto che devo smettere di ignorarla.
La domanda, apparentemente semplice, diventa complicata quando devo fermarmi a riflettere per dare una risposta soddisfacente.

Perché scrivo? Già, perché scrivo? Qual è il motore immobile, il primum movens che mi spinge a sedermi al computer, aprire un foglio elettronico, attendere che il cursore lampeggi sulla pagina e dal mio cervello inizino a fluire parole come un fiume in piena che le dita, correndo velocemente sulla tastiera, possono trasformare in una storia?
Le risposte, come ho letto diverse volte in giro, sul web, sui libri, sui quotidiani, parlando con altri scrittori o aspiranti tali, sono molteplici. C’è chi scrive per fare soldi, chi per farsi conoscere, chi per comunicare qualcosa, chi per imparare e chi, come me, per se stesso e per raccontare una storia.

Potrei dire che sia questa la motivazione fondamentale: scrivere perché mi da piacere e perché voglio raccontare, come i grandi narratori americani che, spesso e volentieri, per alleggerire un contenuto eccessivamente pesante da digerire lo infilavano in un racconto che trasformava tutto in qualcosa di più godibile, ma per questo non meno pregno di significato.
Potrei anche dire che è una droga, la scrittura. Che scrivo perché non posso più smettere, perché devo creare un mondo nuovo, laddove il mio, il nostro è brutto e lacunoso. E devo modificare la mia creazione come una sorta di Demiurgo che plasma la materia sulla base di idee tutte proprie.

Tuttavia, in mezzo a questa specie di categorizzazione, sul limitare di una risposta che cerco da molto tempo alla domanda, voglio anche raccontarvi una cosa che in questi giorni più che in altre occasioni mi ha fatto riflettere.
Poco prima di Natale, un fidato amico libraio mi ha invitato nella sua libreria per un firma copie con i miei libri esposti su un banchetto. So come funzionano questi “appuntamenti” per scrittori alle prime armi o sconosciuti come me. Ti metti a fare il palo e attendi che qualche sventurato acquirente entri, si faccia infinocchiare da te e compri il/i tuo/tuoi libro/libri.
Come ho già detto e ripetuto in molte occasioni, un libro che è poco conosciuto, scritto da un autore poco famoso e pubblicato da una piccola casa editrice non è sinonimo di lavoro scadenze. Anzi, molto spesso tra le fila della microeditoria si celano scrittori di grande talento che hanno la sola “colpa” di non essere pubblicati da editori più famosi e di ampio richiamo.
Comunque, detto questo, mi preparo, estraggo tutti il mio materiale, dispongo i libri i bell’ordine, mi metto un cartellino identificativo con su scritto il mio nome e “scrittore” stampato a caratteri cubitali lì sotto, quindi dispongo qualche work in progress e segnalibri. Dopodiché attendo.
Ad eccezione di quelle persone che entrano nella libreria per ritirare libri già prenotati e che non mi degnano di uno sguardo, quasi fossi un appestato scappato dal lazzaretto, nel negozio compaiono anche altri potenziali acquirenti, apparentemente indecisi, alla ricerca di un regalo.
A più riprese sento il mio amico libraio e sua moglie che consigliano questi clienti con una marea di titoli differenti, senza però riuscire a centrare il bersaglio. Alla fine, presi quasi per disperazione, fanno cenno a me, dicendo che c’è anche uno scrittore, che se vogliono possono farsi raccontare la trama dei miei libri e capire se sono interessati.
Improvvisamente io, appestato, entro nel campo visivo. Il mostro finalmente si palesa. Loro mi ascoltano, storcono la bocca e il naso di fronte ai titoli in latino, non si sprecano più di tanto a dare ascolto ai temi delle mie storie e con una scossa del capo mi dicono, per la maggior parte, che non sono interessati, che sembrano letture pesanti, che magari torneranno un’altra volta, tanto il libraio i miei libri li ha sempre. Salutano e se ne vanno.
Quindi entra un’altra signora, che mi dice dall’alto della sua esperienza, denigrando il mio lavoro, che i libri dovrebbero parlare da soli, che io lì in libreria non dovrei esserci e quando inizio, dietro sua richiesta a spiegarle di cosa parlano, le smorfie di disgusto quasi mi spingono a dirle che non è obbligata ad acquistare i miei libri, se proprio non le piacciono.
Infine, apoteosi, arriva un’altra potenziale acquirente che, appena prova a leggere il titolo del mio ultimo libro “Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta” incespicando nella pronuncia, indispettita e al limite della blasfemia, si allontana quando le dico che è latino, che si tratta di un mottetto di Seneca e che significa “rivendica il tuo diritto su te stesso”.
A questo punto, arrabbiato e deluso per il comportamento di questa donna, mi fingo disinteressato, metto su la peggior maschera d’indifferenza e faccio come se lei non ci fosse. Alla fine, dato che la suddetta donna non trovava nulla da comprare, si è decisa a lasciarsi “spiegare” di cosa parlassero i miei libri e si è gettata come un bulldog su una braciola sull’ultimo, sopra citato, che era il meno costoso.
Ha pagato, si è fatta fare l’autografo ed è uscita ringraziandomi.

Ora, io non faccio lo schizzinoso e neppure il saccente o superiore, ma una cosa mi sfugge. Nessuna, e sottolineo, nessuna persona ha dato un’occhiata ai miei libri, nessuna li ha neppure sfiorati, ne ha letto qualche passo, che per l’occasione avevo preparato. Nessuna si è fatta conquistare da uno scrittore sconosciuto. E chiunque potrebbe muovermi la critica che io non so vendermi, ma la realtà è che forse non ci sono lettori abbastanza interessati. O forse non ci sono abbastanza lettori al mondo. Non mi so rispondere. Non posso arrivare a una constatazione riguardo a ciò che mi è capitato basandomi su un campione di dati così esiguo, però vedo anche che di gente che entra in libreria interessata a leggere qualcosa di bello e nuovo che non sia sempre e solo quel tale autore famoso che si vende da solo, non ce n’è ed è dannatamente difficile trovare persone che vogliano ascoltare ciò che hai da dire. O come nel mio caso, che hai da scrivere.

Allora, torniamo alla domanda dell’inizio: perché scrivo? Ancora non riesco a darmi una risposta, però allo stesso tempo mi viene quasi da pensare con disperazione che potrei semplicemente appendere la penna al chiodo e smettere perché se le mie storie, i miei racconti bastano solo a me, nella mia testa, per quale motivo dovrei continuare e sprecare ore e ore del mio tempo, della mia vita, se non avrò mai nessuno che vorrà conoscere ciò che ho da scrivere?

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HURRY UP, TIME IS RUNNING OUT – TEMPO E VOGLIA, CHI SCEGLIERE?

Ben ritrovati a tutti. O forse dovrei semplicemente ringraziare quei pochi che seguono il sottoscritto, lo sciagurato di professione che si è trovato invischiato in questo mondo social senza avere le armi necessarie, il tempo e la voglia per combattere e avanzare sul terreno di battaglia.

Per farla breve, sono parecchi mesi che non utilizzo questo blog, così come sono altrettanti mesi che ho detronizzato Writers’ corner a favore di Twitter. La verità, come spiegato dal titolo, è che spesso hai voglia ma non hai tempo. Altre volte invece, hai tempo, ma non hai voglia. E allora, chi scegliere? La risposta più semplice che posso dare in questo momento è: nessuno dei due. Non lo faccio per una sadica cattiveria nei confronti di quelle persone, poche per la verità, che mi seguono da qualche anno e che trovano in ciò che dico qualcosa di interessante, o di solidale, o magari pure di catartico. Non ce l’ho con questi amici, anzi, al contrario, sono felicissimo di averne conosciuti alcuni davvero fantastici e sfortunatamente devo ammettere che i miei “incontri” con loro si svolgono ancora solo via etere o via telefonica e non dal vivo, come piace a me.

La verità è che se dovessi scegliere il mondo dei social, potrei dire addio a tutto: real life, come si usa dire oggi, università, scrittura, altri passatempi. Eh già, perché la vita social ti assorbe totalmente. Non è un amico che ti getta un amo cui devi abboccare per fare due chiacchiere ogni tanto. No, la vita social è una droga illusoria che vuole tutto da te, ogni singola molecola del tuo essere in ogni istante della tua esistenza. Ti sottomette e non ti dà altro che immagini, idee, pensieri altrui e infine pretende lo scotto da pagare nel momento in cui ti rendi conto che dall’altra parte, ad ascoltarti, non c’è qualcuno che puoi vedere e toccare con mano in quel momento, ma una persona lontana, a volte totalmente estranea che, in qualunque attimo può chiudere il proprio canale di comunicazione con te e toglierti quel piccolo, forse insignificante, legame che tu avevi con lei, schiavizzandoti nel nulla dell’indifferenza.

Ma andiamo ancora più a fondo perché, per distorcere le parole di Frank Zappa, internet non è cattivo. Internet è una rete d’informazioni. Il problema è quando quelli che usano internet, lo considerano una licenza per comportarsi come teste di cazzo. Quindi, non demonizziamo internet e, in senso lato, i social network, ma proviamo a usarli per cose belle e intelligenti.

Il problema, per me, da questo punto di vista, è che non riesco ad accendere e spegnere l’interruttore quando voglio. Serve tempo, che spesso manca. Serve voglia, anch’essa latitante in parecchi casi. E si torna al solito discorso del titolo. Ma poi, cosa fondamentale, io non vivo sui social e non ci voglio vivere.

Chi mi conosce anche solo un po’, sa quello che faccio. Frequento i corsi della Scuola di Medicina e Chirurgia e nel tempo libero scrivo. Ormai posso ritenermi scrittore, anche se non ho ancora pubblicato con un grande editore. Qualche titolo nel mio CV ce l’ho e anche qualche racconto che è stato selezionato dal web. Buona cosa, in effetti. Però se dovessi dedicarmi a tempo pieno anche ai social network credo che impazzirei e finirei per non avere più occasioni per scrivere le mie storie, che è ciò che mi ha spinto fino a dove sono arrivato ora. Io voglio continuare a fare lo scrittore e non limitarmi a fare il promoter del mio lavoro. Certo, promuovere ciò che si fa, soprattutto per chi svolge una professione intellettuale e si rivolge agli altri, è mandatorio, eppure non deve essere l’unica cosa, la più importante di tutte, altrimenti bisognerebbe cambiare lavoro.

Quindi, in conclusione, non crediate che questo mio blog sia un capriccio, che io mi diverta semplicemente a condividere articoli di altri blogger e lasciare nel dimenticatoio questo canale di comunicazione. In realtà, se avessi uno staff di persone che lavorasse per me e se facessi lo scrittore a tempo pieno, forse ci sarebbero aggiornamenti quasi quotidiani, ma così non è per mia sfortuna e allora, per adesso, rinnovo i ringraziamenti a tutte le persone che mi seguono e leggono con passione le mie storie, invito chi già mi conoscere a trovare nuovi sodali per questa grande avventura che voglio condividere e mando un saluto e un arrivederci a presto.

LIEBSTER AWARD

Innanzitutto ringrazio il blog Carezze di vento per avermi nominato. Spero che chi nominerò sfrutterà questa occasione per far parlare un po’ di sé e per farsi conoscere, visto che oggi, anche con questi mezzi supertecnologici e alla portata di tutti, sembra essere diventata un’impresa impossibile.

Le regole per questo Liebster Award sono:

  1. Ringraziare il blog che ti ha nominato.
  2. Rispondere alle 10 domande.
  3. Nominare altri 10 blog con meno di 200 follower.
  4. Comunicare la nomina ai 10 blog scelti.

Perché hai aperto un blog?

Sono state le insistenze di un’amica che ringrazio a farmi aprire questo blog, sebbene io all’inizio fossi restio, dato che la pagina di Facebook, Writers’ corner, mi prendeva già abbastanza tempo e lo stesso, per quanto impensabile, dicasi per il profilo di Twitter. Inoltre gli impegni universitari e l’hobby letterario mi impegnano ulteriormente, ma spero allo stesso modo di poter far crescere anche questo nuovo luogo di incontro e confronto.

Ci parli delle tue passioni?

Presto detto. La scrittura è la mia passione principale. Impiego molto tempo per dedicarmi alle storie che scrivo e qualche frutto i miei sforzi l’hanno anche dato. Ho infatti pubblicato tre libri: “Memorabilia” (2012), “Lupus et agnus” (2013) e “Vindica te tibi” (2014), più qualche altro racconto sparso qui e là.
Nel frattempo continuo a lavorare a importanti progetti futuri che spero mi daranno ulteriore visibilità.
Oltre alla scrittura poi, adoro leggere (Stephen King è l’autore preferito, ma sono alla costante ricerca di scrittori di romanzi di suspense), suonare la chitarra, ascoltare musica (un po’ tutto i generi, tranne la lirica e i generi troppo brutali) e guardare film.

Quanto pensi che i commenti e le interazioni siano utili per un blogger e in che modo?

Ritengo che interazioni di qualunque genere siano utili perché in questo modo è possibile conoscere altre persone che scrivono. Poi, non tutte devono necessariamente farlo per lavoro e non tutte possono farti apprezzare ciò che scrivono, ma la “pubblicità”, diciamo così, è un modo utile per farti allargare gli orizzonti.
Credo che il commento, più che il “mi piace” e il reblog siano gli strumenti più utili per stabilire un contatto quasi diretto con altri utenti e per farsi conoscere.

Di cosa parli nel blog?

Principalmente delle storie che scrivo, dando la possibilità anche ai profani di sbirciare il mio stile e il genere che tratto, inoltre ci saranno presto recensioni di libri che ho letto e apprezzato, una sezione di pensieri e riflessioni brevi che contornano le mie giornate e una parte del blog riservata agli articoli un po’ più “mondani”, che parlano degli argomenti che mi interessano, incontrati durante la navigazione sul web.

Hai creato un rapporto di amicizia con altri blogger? Vi siete mai conosciuti personalmente?

Purtroppo il blog non è ancora in una fase così avanzata da potermi far conoscere altri blogger e quindi fare amicizia con loro, perciò, mio malgrado, non ho conosciuto nessuno di persona.

Come immagini il tuo blog tra due anni? Vorresti vederlo crescere/cambiare e in che modo?

Tra qualche anno vorrei innanzitutto avere più tempo da dedicare al blog e vorrei vederlo crescere in seguito e attrattiva. Mi piacerebbe che quello che dico e che scrivo fosse letto da altri in modo da poter intavolare delle discussioni o comunque delle chiacchierate.

La cosa che sai fare meglio?

Penso sia scrivere. Forse leggere.

Quanto tempo dedichi al tuo blog?

Purtroppo non tanto quanto vorrei. Forse un’ora o due alla settimana, se ho del tempo libero, poiché sono assorbito da altri impegni.

Come nascono i tuoi post?

Dipende dal tipo di articolo che voglio scrivere, ma in generale si parte sempre da idee che mi ronzano nella testa da un po’, oppure, in caso contrario, da qualcosa che leggo in giro o che vedo in TV e che scatena in me la voglia di dire la mia in proposito.

Un saluto a chi legge?

Un sentito grazie a te che hai speso un po’ del tuo tempo per conoscermi. Spero di averti interessato e mi auguro che quello che leggerai nel mio blog ti spingerà a restare e a dire la tua.
E come dico sempre, un saluto a tutti.
Il Vostro Affezionatissimo.

Nominations:

– Eidoteca
Evaporata
Articoliliberi
Saltabecco
Antigone dulcamara
Cuore di cactus
Disorder fables
L’erba dello scrittore
Sogni a perdere
Che vita fa là fuori

Di cosa parli nel blog?

ANCORA UNA RIPRESA – Quando mettere la parola fine

Si parla di fortuite coincidenze. In effetti, è trascorso più di un anno e mezzo da quando è stata fatta circolare la notizia circa l’ennesimo capitolo della saga del pugile Rocky Balboa, il mancino stallone italiano interpretato da Sylvester Stallone. Tuttavia, solo pochi giorni fa sono venuto a conoscenza di questa novità. E detto questo, mi è venuto naturale pensare a un parallelo. Tra pugilato e scrittura? Che diavolo ha in mente questo qui? È matto, per caso?

Be’, non proprio. Ne “La verità sul caso Harry Quebert” di Jöel Dicker, questo parallelo è stato associato dallo scrittore svizzero lungo tutto il romanzo con sapiente maestria e forse con un pizzico di sfrontatezza, visto che si è più soliti paragonare la parola alla spada. Ferisce di più, a quanto dicono. La penna, intendo.

Ad ogni modo, il parallelo non è con la boxe, quanto con la voglia, o meglio, la volontà di smettere. E non mi riferisco al chiudere per sempre il rubinetto delle idee o allo smorzare il pizzicore della passione che spinge uno scrittore a scrivere, bensì mi rifaccio a quella malsana, vetusta, inveterata e forse anche un po’ sbagliata concezione che ogni autore, dilettante o meno, può aver fatto propria, almeno per una volta nella propria vita. Quando si mette la parola fine?

Già, lo chiedo anche a voi. Quando si mette la parola fine? In una storia, di qualunque tipo essa sia, quando si mette la parola fine?

Non sono qui per spingervi a seguirmi, come fossi un “predicatore del cavolo che vi parla dell’Inferno e del Paradiso”. Non voglio darvi falsi o opinabili modelli letterari da seguire, poiché, grazie al cielo, in letteratura, quasi tutto è opinabile, salvo forse la grammatica, la consecutio temporum, la struttura della frase, etc. etc. Sono qui, al contrario per farvi riflettere su questo aspetto, questo morbo che affligge lo scrittore, presto o tardi. Così come la “sindrome della pagina bianca”, di cui parla Dicker nel suo romanzo, il “blocco dello scrittore” o “blocco dell’artista”, reinterpretato in chiave musicale nella traccia “Wither” dell’album “Black clouds & silver linings” dei Dream Theater, band progressive metal statunitense, allo stesso modo la “malattia dell’incompiuto” affligge anche i più grandi. Ne fece le spese Ludovico Ariosto, le cui edizioni dell’Orlando furioso furono ben tre. Fu contagiato Torquato Tasso che trasformò, a causa dell’ossessivo pensiero che la sua opera non fosse sufficientemente pura, la “Gerusalemme liberata” nella “Gerusalemme conquistata”. Altro esempio fu Alessandro Manzoni che, prima di regalarci il suo memorabile capolavoro “I promessi sposi”, passò per il “Fermo e Lucia”, la “Ventisettana” e la “Quarantana”.

Questa mia non vuole essere una critica a questi artisti dell’empireo letterario. Non mi permetterei mai. Non ne avrei nemmeno le competenze tecniche. Io, semplicemente, da artigiano della scrittura, come detto poc’anzi, voglio spingere i lettori e gli scrittori soprattutto, a pensare. Insomma, quando dire basta? Quando capire se un’opera è completa? Quando poterla accantonare e finalmente dedicarsi ad altro senza continuamente, ossessivamente, proseguire con l’inseguimento di una chimera?

Forse la mia è una caccia alle streghe, ma la cosa peggiore di una caccia alle streghe, come ho sentito dire, è una strega, una strega vera, in carne e ossa che sta di fronte ai nostri occhi. Molto spesso, infatti, mi è capitato di sentire persone che scrivono, non necessariamente scrittori, che non sanno come, quando o perché fermare una storia. Non sanno dove andare a mettere la parola fine. Non sanno proprio quando metterla! M’infilo anch’io nella schiera di questi compositori di storie infinite, perché tra i miei lavori, ce ne sono alcuni, ancora incompiuti, che mai verranno terminati, proprio perché non ho saputo mettere la parola fine.

Con il passare degli anni, tramite la lettura e la scrittura, due esercizi indispensabili per chi vuole scrivere anche solo per diletto, ho capito che ci sono due modi per riuscire a compiere questo difficile eppure indispensabile atto, tralasciando ovviamente il perfezionismo patologico che sfocia nel disturbo di personalità ossessivo-compulsivo. Questi due metodi, se così li possiamo chiamare, sono “induttivo” e “deduttivo”.

Con il secondo metodo, il narratore si prepara con amore una scaletta, uno schema che evolve durante la stesura dell’opera e sbozza quest’ultima dal marmo grezzo della propria mente, a poco a poco. È, lo schema, una sorta di traccia, una bussola letteraria che indica la via su ciò che si vuole fare. È inevitabile quindi che esso giunga alla fine ed è forse più semplice da padroneggiare, rispetto a un intero romanzo. Un po’ come nel metodo scientifico. Formulo un’ipotesi, la verifico tramite esperimenti e se le conclusioni confermano l’ipotesi, ho terminato, altrimenti proseguo fin dove devo arrivare.

Con il primo metodo, al contrario, lo scrittore non ha bisogno di prepararsi la scaletta perché, più fantasiosamente, ha tutto in testa e viene folgorato dalla conclusione, quand’essa gli si palesa di fronte. Tuttavia è arduo riuscire a coglierla, perché è molto labile, sia come concetto sia come indicazione. Non c’è nulla di scritto. Niente nero su bianco, quindi si rischierebbe di lasciarsi sfuggire la parola fine e tornare daccapo.

E a questo punto, il mio discorso non vuol dire che si debba necessariamente seguire l’una o l’altra via. Il mio discorso è un’indicazione, tutto qui, un modo diverso di vedere le cose. E se qualcuno non vuole abbandonare, se vuole essere vittima e carnefice della propria storia perché è l’unico modo che conosce per essere felice, tralasciando i dettagli cruenti di questi due sostantivi, be’, lo faccia! Non sarò certo io a dirgli il contrario. Però dovrebbe capire che a volte il troppo stroppia e che si può sempre trovare qualcosa di nuovo da fare. Anche Rocky, un bel giorno, dovrà arrendersi e appendere i guantoni al chiodo, sia per boxare che per allenarsi.

EPISTULA I

L’estate del 2007 ho incontrato Fabrizio. Ci siamo conosciuti in una delle rare sere in cui avevo deciso di uscire e ci innamorammo. Era capitato così in fretta, così all’improvviso che ancora adesso non ci credo. Parlammo una notte intera e parlammo di tutto. Ci eravamo trovati.

Abbiamo e abbiamo sempre avuto la stessa idea di rapporto: un rapporto dolce e delicato, puro eppure passionale. Ho abbracciato fino in fondo con lui, cosa che forse non dovrei raccontarti, la gioia di condividere rapporti intimi. A scuola non ero mai andata così bene, vinsi una borsa di studio privata, vinsi un concorso con un disegno: mi sentivo realizzata.

Spesso le serate trascorrevano al suono della chitarra o del basso di Fabrizio, mentre io disegnavo, scrivevo, leggevo. Si può immaginare un’atmosfera migliore? No. Almeno ai miei occhi.

Arrivò un’altra estate. Volevo andare a vivere con Fabrizio. La decisione era nata quasi come un’evoluzione della relazione, un passo ovvio. Riuscii a convincere mia madre, mio padre e chiunque altro obiettasse che eravamo due persone votate alla razionalità. In parole povere esplicitai che, se le cose si fossero messe male fra noi, lo avremmo affrontato con maturità.

Ora siamo qui. Dalla fine di questo piccolo resoconto è trascorso un altro anno. Mi sono candidata come rappresentante d’istituto e ho vinto, con l’appoggio degli studenti seri che mi sanno parte di loro, ma anche dei tipici buoni a nulla, che vedono in me una qualche idealizzazione della loro voglia di libertà.

Sento di conoscermi, sento di poter arrivare, con le dita della mia consapevolezza, a toccare i miei confini. Ora comprendo quanto sono stata vicina a perdermi e quanto, fortunatamente, sono stata in grado di cambiare e crescere.

A questo punto posso quasi leggere nel tuo sguardo la domanda, proprio quella domanda. “E io?”

Tu sei stato una bella cotta. Mi piacevi molto e nel mio goffo modo di relazionarmi, di farti comprendere come mi interessavi, chissà che cosa ti ho messo in testa. Sai perché? Perché sei una persona intelligente, qualità che reputo molto importante. Sei generoso, anche se neanche tu lo sai. Sei pieno di talento, spero questo tu lo sappia.

Ora, comunque, sono molto contenta di averti incontrato, seppure in modo virtuale. Perché sei stato una persona che ho stimato e rispettato, ti ho sentito affine anche se distante anni luce da ciò che sono io. Sono folle tanto tu sei posato, sono fragile tanto tu sai contenere il tuo dolore dentro di te senza crollare, sono impulsiva tanto tu sei riflessivo: una così esplicita differenza non può che creare qualcosa di durevole! Questa volta vediamo di rimanere amici.

Ti voglio bene Raul.

Delta (da quanto tempo non lo usavo più…)

Tratto da EPISTULA I, Memorabilia – Storie di un mondo invisibile“, Raul Londra)

BABELE

«Perché usiamo le parole per dire qualcosa che neppure sappiamo spiegare?» le domandò.
Lei lo guardò, piena di dubbi. «Proviamo a esprimere noi stessi.»
Lui sorrise. «La realtà è che dicono più gli occhi di una persona, una ruga, un sorriso, un gesto… perfino una maschera direbbe più di tutti i libri del mondo.»
«E allora perché usiamo le parole?» ripeté la ragazza, incuriosita dal bizzarro ragionamento.
«Perché sono il mezzo più immediato, suppongo.» spiegò il ragazzo. «Sono il nostro estremo tentativo di elevarci dalla Babele che affrontiamo ogni giorno, la nostra volontà ultima di tornare a comprenderci, gli uni con gli altri.»
La ragazza corrugò lo fronte, più confusa di prima. «Ma nella Babele della Bibbia… ognuno parlava una lingua diversa e nessuno riusciva a capirsi!»
«Già.»

Biografia

In maniera non del tutto formale, mi presento, ancora una volta, anche qui, in questo nuovo spazio, per farmi conoscere ai più e per farmi ricordare a chi già mi segue da tempo.

Sono semplicemente io, un giovane con la passione per la scrittura. Fatico a lasciarmi definire “scrittore”, perché per me lo scrittore è una figura ancora troppo complicata e carica di significati nascosti. Scrivere è un passatempo per ora e dubito che in futuro diventerà un lavoro, dato che è difficile campare dei diritti d’autore delle proprie opere e, in parallelo, è qualcosa che mi piace e un lavoro, quasi nella maggior parte dei casi, è qualcosa che non si apprezza fino a quel punto.

Ad ogni modo, perché sfrutto i “potentissimi” mezzi di comunicazione come Facebook, Twitter o questo stesso blog? Semplice: per far conoscere me e le mie storie ad altre persone.

L’angolo degli scrittori viene creato con lo scopo di entrare in contatto con la gente, con i lettori e mostrare loro delle storie verosimili o inventate che semplicemente narrano una vicenda per il piacere della narrazione. Posso dire che l’emozione è la chiave di tutte, nei miei racconti. Uno scrittore alle prime armi fa questo e altro per farsi “pubblicità” perché il bello sta nel trovare, chissà dove, altra gente che pensa, dice o scrive qualcosa di simile.

Per iniziare invece a fare nomi e cognomi dei miei libri, andiamo con ordine.

Ho pubblicato nel 2012, tramite la casa editrice Il Ciliegio, di Lurago D’Erba, la mia prima opera, una raccolta di racconti dal titolo Memorabilia – Storie di un mondo invisibile e in contemporanea in un concorso organizzato dal forum Writer’s dream il mio racconto Deus ex machina è stato selezionato insieme ad altri ed è stato inserito e pubblicato nell’antologia Welcome to the weird world.

Copertina di Memorabilia
Copertina di Memorabilia

Nel 2013, sempre con il medesimo editore, è uscito il mio primo romanzo noir intitolato Lupus et agnus e il mio racconto Alzheimer è stato inserito all’interno dell’antologia I dieci anni del ciliegio.

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Copertina Lupus et Agnus

Infine, nel settembre 2014 esce la mia ultima opera Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta.

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Copertina Vindica te tibi

Altri miei due racconti Supernova e L’inquisitore si sono classificati rispettivamente quarto e menzione speciale nella 50esima e 53esmia edizione del NeroPremio promosso dal forum La tela nera e compariranno nelle antologie del suddetto concorso.

Come ultimo, domanda fatidica che però adoro: progetti per il futuro. Ce ne sono moltissimi. Da esperimenti letterari, a recensioni di libri, a racconti e romanzi inediti, al progetto già avviato di una trilogia di stampo thriller fantascientifico, a una saga di brevi romanzi di genere dark fantasy, misto al genere epico. C’è un po’ di tutto che bolle in pentola. Mi considero, infatti, uno scrittore eclettico nonostante la mia giovane età e l’esperienza che ho arricchito ma che devo ulteriormente accrescere.

Detto questo, spero di aver solleticato la vostra curiosità e mi auguro di potervi incontrare in questo luogo virtuale, di potervi conoscere e di poter discutere con voi di moltissimi aspetti interessanti delle mie storie e della scrittura/letteratura in generale.

Vi aspetto numerosissimi.

Un saluti a tutti.

Il Vostro Affezionatissimo.