INCONTRI RAVVICINATI DEL QUARTO TIPO

Ci sto riflettendo in questi giorni. È una sorta di vocina che mi sussurra una domanda nella mente e non smette. Anzi, continua. Sempre più forte, sempre più ravvicinata, a tal punto che devo smettere di ignorarla.
La domanda, apparentemente semplice, diventa complicata quando devo fermarmi a riflettere per dare una risposta soddisfacente.

Perché scrivo? Già, perché scrivo? Qual è il motore immobile, il primum movens che mi spinge a sedermi al computer, aprire un foglio elettronico, attendere che il cursore lampeggi sulla pagina e dal mio cervello inizino a fluire parole come un fiume in piena che le dita, correndo velocemente sulla tastiera, possono trasformare in una storia?
Le risposte, come ho letto diverse volte in giro, sul web, sui libri, sui quotidiani, parlando con altri scrittori o aspiranti tali, sono molteplici. C’è chi scrive per fare soldi, chi per farsi conoscere, chi per comunicare qualcosa, chi per imparare e chi, come me, per se stesso e per raccontare una storia.

Potrei dire che sia questa la motivazione fondamentale: scrivere perché mi da piacere e perché voglio raccontare, come i grandi narratori americani che, spesso e volentieri, per alleggerire un contenuto eccessivamente pesante da digerire lo infilavano in un racconto che trasformava tutto in qualcosa di più godibile, ma per questo non meno pregno di significato.
Potrei anche dire che è una droga, la scrittura. Che scrivo perché non posso più smettere, perché devo creare un mondo nuovo, laddove il mio, il nostro è brutto e lacunoso. E devo modificare la mia creazione come una sorta di Demiurgo che plasma la materia sulla base di idee tutte proprie.

Tuttavia, in mezzo a questa specie di categorizzazione, sul limitare di una risposta che cerco da molto tempo alla domanda, voglio anche raccontarvi una cosa che in questi giorni più che in altre occasioni mi ha fatto riflettere.
Poco prima di Natale, un fidato amico libraio mi ha invitato nella sua libreria per un firma copie con i miei libri esposti su un banchetto. So come funzionano questi “appuntamenti” per scrittori alle prime armi o sconosciuti come me. Ti metti a fare il palo e attendi che qualche sventurato acquirente entri, si faccia infinocchiare da te e compri il/i tuo/tuoi libro/libri.
Come ho già detto e ripetuto in molte occasioni, un libro che è poco conosciuto, scritto da un autore poco famoso e pubblicato da una piccola casa editrice non è sinonimo di lavoro scadenze. Anzi, molto spesso tra le fila della microeditoria si celano scrittori di grande talento che hanno la sola “colpa” di non essere pubblicati da editori più famosi e di ampio richiamo.
Comunque, detto questo, mi preparo, estraggo tutti il mio materiale, dispongo i libri i bell’ordine, mi metto un cartellino identificativo con su scritto il mio nome e “scrittore” stampato a caratteri cubitali lì sotto, quindi dispongo qualche work in progress e segnalibri. Dopodiché attendo.
Ad eccezione di quelle persone che entrano nella libreria per ritirare libri già prenotati e che non mi degnano di uno sguardo, quasi fossi un appestato scappato dal lazzaretto, nel negozio compaiono anche altri potenziali acquirenti, apparentemente indecisi, alla ricerca di un regalo.
A più riprese sento il mio amico libraio e sua moglie che consigliano questi clienti con una marea di titoli differenti, senza però riuscire a centrare il bersaglio. Alla fine, presi quasi per disperazione, fanno cenno a me, dicendo che c’è anche uno scrittore, che se vogliono possono farsi raccontare la trama dei miei libri e capire se sono interessati.
Improvvisamente io, appestato, entro nel campo visivo. Il mostro finalmente si palesa. Loro mi ascoltano, storcono la bocca e il naso di fronte ai titoli in latino, non si sprecano più di tanto a dare ascolto ai temi delle mie storie e con una scossa del capo mi dicono, per la maggior parte, che non sono interessati, che sembrano letture pesanti, che magari torneranno un’altra volta, tanto il libraio i miei libri li ha sempre. Salutano e se ne vanno.
Quindi entra un’altra signora, che mi dice dall’alto della sua esperienza, denigrando il mio lavoro, che i libri dovrebbero parlare da soli, che io lì in libreria non dovrei esserci e quando inizio, dietro sua richiesta a spiegarle di cosa parlano, le smorfie di disgusto quasi mi spingono a dirle che non è obbligata ad acquistare i miei libri, se proprio non le piacciono.
Infine, apoteosi, arriva un’altra potenziale acquirente che, appena prova a leggere il titolo del mio ultimo libro “Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta” incespicando nella pronuncia, indispettita e al limite della blasfemia, si allontana quando le dico che è latino, che si tratta di un mottetto di Seneca e che significa “rivendica il tuo diritto su te stesso”.
A questo punto, arrabbiato e deluso per il comportamento di questa donna, mi fingo disinteressato, metto su la peggior maschera d’indifferenza e faccio come se lei non ci fosse. Alla fine, dato che la suddetta donna non trovava nulla da comprare, si è decisa a lasciarsi “spiegare” di cosa parlassero i miei libri e si è gettata come un bulldog su una braciola sull’ultimo, sopra citato, che era il meno costoso.
Ha pagato, si è fatta fare l’autografo ed è uscita ringraziandomi.

Ora, io non faccio lo schizzinoso e neppure il saccente o superiore, ma una cosa mi sfugge. Nessuna, e sottolineo, nessuna persona ha dato un’occhiata ai miei libri, nessuna li ha neppure sfiorati, ne ha letto qualche passo, che per l’occasione avevo preparato. Nessuna si è fatta conquistare da uno scrittore sconosciuto. E chiunque potrebbe muovermi la critica che io non so vendermi, ma la realtà è che forse non ci sono lettori abbastanza interessati. O forse non ci sono abbastanza lettori al mondo. Non mi so rispondere. Non posso arrivare a una constatazione riguardo a ciò che mi è capitato basandomi su un campione di dati così esiguo, però vedo anche che di gente che entra in libreria interessata a leggere qualcosa di bello e nuovo che non sia sempre e solo quel tale autore famoso che si vende da solo, non ce n’è ed è dannatamente difficile trovare persone che vogliano ascoltare ciò che hai da dire. O come nel mio caso, che hai da scrivere.

Allora, torniamo alla domanda dell’inizio: perché scrivo? Ancora non riesco a darmi una risposta, però allo stesso tempo mi viene quasi da pensare con disperazione che potrei semplicemente appendere la penna al chiodo e smettere perché se le mie storie, i miei racconti bastano solo a me, nella mia testa, per quale motivo dovrei continuare e sprecare ore e ore del mio tempo, della mia vita, se non avrò mai nessuno che vorrà conoscere ciò che ho da scrivere?

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GIOCO DI SPECCHI – A.O.A.

Mi sono detto, grazie al cielo sono uno scrittore e non un attore. Sarei pessimo a recitare, infatti. Sbaglierei continuamente le battute e non saprei mai quando attaccare. Sono un disastro da questo punto di vista. Pura verità. Purtroppo al mondo c’è chi può e chi non può. Io sono della seconda categoria, ma tutto sommato, meglio così.

Vi è mai capitato di voler confidare qualcosa a qualcuno, oppure di volervi semplicemente sfogare con persone che vi porgono orecchio solo quando fa comodo? O magari vi sarà anche solo successo di voler discutere di un certo argomento spinoso ma importante per voi. Suppongo di sì. E suppongo anche che vi sarà capitato, per peccato di orgoglio, di voler liquidare il tutto con un’alzata di spalle e andare avanti perché tanto, parole vostre, “non c’è nessuno disposto ad ascoltarmi. Non c’è nessuno che mi può aiutare e di me non gliene frega niente, agli altri.”

Mi ci metto anch’io in questo gruppo. Capita piuttosto spesso anche a me di ritrovarmi in una situazione del genere e allora mi viene da chiedermi: come si fa a invertire la tendenza? Come possiamo, noi tutti, orgogliosi e che indefessamente non vogliamo mostrarci deboli e bisognosi di aiuto, evitare di rispondere come i cani di pavloviana memoria in maniera automatica e scontata e, quasi sempre, in modo tale da essere danneggiati dai nostri stessi atteggiamenti e parole? Non penso sia così semplice. Abbiamo bisogno anche noi di un circolo speciale? La A.O.A., Associazione Orgogliosi Anonimi.
Cazzo, come fai, dopo anni in cui ti sei comportato in un certo modo, a cambiare improvvisamente, quando qualcuno ti prende alla sprovvista? È scontato dire che la tua difesa sia adottare un comportamento conosciuto, gestibile e che poco ti espone alle cantonate della vita, no?

A me è capitato giusto ieri, quando con alcuni compagni di università si era in vena di confidenze e di rievocazioni dei vecchi tempi. Io ascoltavo, ridevo, facevo qualche battuta però non dicevo niente di me. Mi sentivo fuori posto, dopotutto. Erano gli altri a parlare, a raccontare qualche episodio curioso capitato negli anni precedenti insieme al fidanzato o alla fidanzata di turno. E poi, quando salta fuori che la compagna del gruppo non è impegnata, che è stanca di tutti i cretini che le ronzano attorno, la domanda scatta automatica: «Stai cercando il moroso?»
La reazione degli altri è altrettanto inaspettata e fulminea: «Guardalo, come va subito al sodo! Non ci pensa due volte!»
E ancora: «Dai, conviene che cominci a preparare un curriculum vitae!»
Risate e scherzi, battute di bassa lega, ma pur sempre divertenti. Ci si trova bene in una situazione del genere. È il massimo per rompere il ghiaccio e avvicinarsi a una persona che magari non ti dispiacerebbe frequentare, una ragazza simpatica e carina. Sarebbe tutto perfetto se non ti mettessi sulla difensiva per un vecchio e inarrestabile riflesso condizionato.
Lei, seguendo le dritte degli altri, chiede: «Ma tu stai cercando la morosa?»
E tu, da bravo fesso che fai? Dici di no! No, per tutta una serie assurda di motivi e un codazzo di preconcetti che ti sei costruito attorno negli anni come una grande muraglia per difenderti da tutto, delusioni, dolore e tristezza compresi.

Ecco, io non riesco a capire. A mente fredda, qualche ora dopo, riflettendoci, mi sono detto che avrei dovuto rispondere in maniera completamente differente e seguire l’onda invece di contrastarla e di affogarci dentro. Ma non ce l’ho fatta.
È stato tutto come un bizzarro gioco di specchi, alla fine. Come se tu ti fossi riguardato dall’esterno, rivivendo quella situazione e avessi compreso meglio cos’era giusto fare per portare acqua al tuo mulino.
Ma ormai è tardi. Il treno passa una volta sola e io, di treni, ne ho persi parecchi.
Non è un piangersi addosso, il mio, ma come dico sempre, una constatazione, un modo per provare a capirmi e a evitare di rifare gli stessi errori, sebbene non sia sempre così semplice come sembra.

Per questo chiedo ancora, come si fa a cambiare, come si può evitare quei riflessi profondi e non bloccabili che escono sempre quando non è il momento adatto.
Cerco l’Associazione Orgogliosi Anonimi per combattere la mia dipendenza dall’orgoglio che, come dice Vasco, ne ha rovinati più lui del petrolio.

HURRY UP, TIME IS RUNNING OUT – TEMPO E VOGLIA, CHI SCEGLIERE?

Ben ritrovati a tutti. O forse dovrei semplicemente ringraziare quei pochi che seguono il sottoscritto, lo sciagurato di professione che si è trovato invischiato in questo mondo social senza avere le armi necessarie, il tempo e la voglia per combattere e avanzare sul terreno di battaglia.

Per farla breve, sono parecchi mesi che non utilizzo questo blog, così come sono altrettanti mesi che ho detronizzato Writers’ corner a favore di Twitter. La verità, come spiegato dal titolo, è che spesso hai voglia ma non hai tempo. Altre volte invece, hai tempo, ma non hai voglia. E allora, chi scegliere? La risposta più semplice che posso dare in questo momento è: nessuno dei due. Non lo faccio per una sadica cattiveria nei confronti di quelle persone, poche per la verità, che mi seguono da qualche anno e che trovano in ciò che dico qualcosa di interessante, o di solidale, o magari pure di catartico. Non ce l’ho con questi amici, anzi, al contrario, sono felicissimo di averne conosciuti alcuni davvero fantastici e sfortunatamente devo ammettere che i miei “incontri” con loro si svolgono ancora solo via etere o via telefonica e non dal vivo, come piace a me.

La verità è che se dovessi scegliere il mondo dei social, potrei dire addio a tutto: real life, come si usa dire oggi, università, scrittura, altri passatempi. Eh già, perché la vita social ti assorbe totalmente. Non è un amico che ti getta un amo cui devi abboccare per fare due chiacchiere ogni tanto. No, la vita social è una droga illusoria che vuole tutto da te, ogni singola molecola del tuo essere in ogni istante della tua esistenza. Ti sottomette e non ti dà altro che immagini, idee, pensieri altrui e infine pretende lo scotto da pagare nel momento in cui ti rendi conto che dall’altra parte, ad ascoltarti, non c’è qualcuno che puoi vedere e toccare con mano in quel momento, ma una persona lontana, a volte totalmente estranea che, in qualunque attimo può chiudere il proprio canale di comunicazione con te e toglierti quel piccolo, forse insignificante, legame che tu avevi con lei, schiavizzandoti nel nulla dell’indifferenza.

Ma andiamo ancora più a fondo perché, per distorcere le parole di Frank Zappa, internet non è cattivo. Internet è una rete d’informazioni. Il problema è quando quelli che usano internet, lo considerano una licenza per comportarsi come teste di cazzo. Quindi, non demonizziamo internet e, in senso lato, i social network, ma proviamo a usarli per cose belle e intelligenti.

Il problema, per me, da questo punto di vista, è che non riesco ad accendere e spegnere l’interruttore quando voglio. Serve tempo, che spesso manca. Serve voglia, anch’essa latitante in parecchi casi. E si torna al solito discorso del titolo. Ma poi, cosa fondamentale, io non vivo sui social e non ci voglio vivere.

Chi mi conosce anche solo un po’, sa quello che faccio. Frequento i corsi della Scuola di Medicina e Chirurgia e nel tempo libero scrivo. Ormai posso ritenermi scrittore, anche se non ho ancora pubblicato con un grande editore. Qualche titolo nel mio CV ce l’ho e anche qualche racconto che è stato selezionato dal web. Buona cosa, in effetti. Però se dovessi dedicarmi a tempo pieno anche ai social network credo che impazzirei e finirei per non avere più occasioni per scrivere le mie storie, che è ciò che mi ha spinto fino a dove sono arrivato ora. Io voglio continuare a fare lo scrittore e non limitarmi a fare il promoter del mio lavoro. Certo, promuovere ciò che si fa, soprattutto per chi svolge una professione intellettuale e si rivolge agli altri, è mandatorio, eppure non deve essere l’unica cosa, la più importante di tutte, altrimenti bisognerebbe cambiare lavoro.

Quindi, in conclusione, non crediate che questo mio blog sia un capriccio, che io mi diverta semplicemente a condividere articoli di altri blogger e lasciare nel dimenticatoio questo canale di comunicazione. In realtà, se avessi uno staff di persone che lavorasse per me e se facessi lo scrittore a tempo pieno, forse ci sarebbero aggiornamenti quasi quotidiani, ma così non è per mia sfortuna e allora, per adesso, rinnovo i ringraziamenti a tutte le persone che mi seguono e leggono con passione le mie storie, invito chi già mi conoscere a trovare nuovi sodali per questa grande avventura che voglio condividere e mando un saluto e un arrivederci a presto.

TRUE STORY – SARÒ UN INCAPACE, MA NON SONO SCEMO

L’inizio della storia certamente lo conoscete tutti. E forse anche gran parte dello svolgimento. Sul finale, mi riservo di tenervi un po’ sulle spine.

So che queste mie parole non cambieranno la situazione che io e altri colleghi (sì, per una volta voglio essere sfacciato e designarci come categoria) ci troviamo ad affrontare, però mettere nero su bianco qualcosa che continuamente si ripete nelle vite di decine di migliaia di persone in Italia farà sentire meglio me e, forse, un po’ meno soli gli altri.

Mi chiamo Raul Londra, nome curioso, che magari può sembrare d’arte, ma non lo è. Sulla carta d’identità campeggiano proprio queste due parole. Forse qualcuno delle persone che segue la mia pagina, Writers’ corner, su Facebook o che tiene d’occhio il mio profilo Twitter, si ricorderà vagamente…

Per farla breve, sono a un passo dai venticinque anni, studio medicina e nel tempo libero scrivo. Mi piace leggere, suonare la chitarra, ascoltare musica e guardare film.

No, non preoccupatevi: queste non sono le info che trovate su un sito per appuntamenti. Servono giusto per fare un po’ il punto della questione e per porre l’accento sul fatto che io scrivo per hobby, nonostante adori alla follia questa mia necessità, e non sia un autore per lavoro.

Ho cominciato a scrivere all’età di 12 anni, quando frequentavo le medie. La faccenda è cominciata con un compagno che scribacchiava su un quadernetto storie umoristiche di pessimo gusto sulla nostra classe ed io, per non essere da meno, mi sono cimentato in qualcosa per negli anni successivi si sarebbe trasformato in una droga.

Detto questo, svelo subito anche una parte dello svolgimento della storia: ho pubblicato. Già, ho avuto la fortuna di vedere il mio nome stampato sulle copertine di ben tre libri e inserito accanto al titolo di quattro racconti che circolano o circoleranno sul web. Sono stato fortunato, devo ammetterlo. Una piccola casa editrice che non chiedeva contributi per la pubblicazione mi ha contattato dopo alcuni mesi da che avevo spedito il mio primo libro e mi ha offerto un contratto di pubblicazione. Poi, l’anno successivo ne è arrivato un altro, di contratto. E poi un terzo.

Con queste persone ho pubblicato due antologie di racconti e un romanzo: Memorabilia, Lupus et agnus e Vindica te tibi. Titoli un po’ classicheggianti, retaggio liceale che soltanto di recente sono un po’ riuscito a limare. Non richiamano molto, lo so. Copertine, spero darete loro un’occhiata, piuttosto cupe e non molto di richiamo, forse per i gusti di alcuni.

Fatto sta che io accettai di intraprendere questa collaborazione ben quattro anni fa, nell’agosto del 2011, per poi vedere il mio primo libri pubblicato a maggio 2012. Fu una bella soddisfazione, non lo nego. Organizzammo una presentazione in una libreria vicino al mio paese e poi mi detti da fare per chiedere un permesso alla biblioteca comunale. Inutile dire che tutto andò ben oltre le più rosee aspettative dei miei editori, ma per me non era abbastanza.

Nei due anni successivi, con gli altri due libri, il boom non si ripeté. Le vendite calarono, il pubblico diminuì e le fiere non richiamarono più così tanta gente. Risultato: pieno di speranze, inviai il mio quarto libro al suddetto editore, dopo averne contattati altri, e la risposta fu che i miei libri vendevano poco, motivo per cui la casa editrice non poteva permettersi di pubblicarmi ancora.

Rimasi interdetto. Da un punto squisitamente economico, capivo. Non puoi spendere soldi se non hai guadagni. Non puoi investire se non ricavi nulla dall’investimento precedente. Logica ineccepibile, e va bene. Ma io?, mi chiesi. Che centravo io con tutto questo?

Cercai di darmi più volte una risposta decente e più volte fallii. Provai a pensare come avrebbero pensato i miei editori e infine parlai direttamente con loro per comprendere il motivo per cui le vendite scarseggiassero e i miei libri non richiamassero più, o forse non avessero mai richiamato, i clienti. Be’, loro non me lo dissero esplicitamente, ma io lo intuii. La morale della favola dello scrittore che pubblica è semplice: se nessuno conosce il tuo libro, nessuno lo comprerà mai. Logica ineccepibile, e va bene. Ciononostante la domanda mi sorse nuovamente spontanea. Ma io?, mi chiesi. Che centravo io con tutto questo? Detto fuori dai denti, come sentii dire da un altro editore conosciuto di persona: lo scrittore deve scrivere, mentre la casa editrice deve pubblicare, distribuire e promuovere i libri al fine di venderli. Ognuno ha il proprio lavoro.

La fregatura sta nel fatto che i piccoli e medi editori, con contratti standard del cazzo (perdonate il francesismo), se ne sbattono bellamente di pubblicità e distribuzione: per dirne una, il mio editore non distribuisce, ma spedisce su ordine, checché ne dica lui. Inoltre non pubblicizza, se non portando il mio ultimo libro uscito (poche copie, in effetti) sopra uno dei banconi del loro stand durante le fiere della media e piccola editoria cui partecipa.

Quindi, detto questo, provate a immaginare quante copie del mio libro potrebbero essere acquistate dai clienti. Il numero è ridicolo.

Altra proposta fatta direttamente dall’editore è stata: fai il firma-copie nelle librerie. Ora, per chi non lo sapesse, il firma-copie consiste nel mettersi in un angolo della libreria in questione, con un proprio banchetto e dopo una presentazione, un incontro sul suddetto libro o anche semplicemente per passare qualche ora con i lettori, mentre loro sborsano quattrini (a volte anche troppi) per acquistare il libro, tu, con un sorrisone a sessantaquattro denti stampato in volto, firmi con la tua bella stilografica (se ne hai una) la prima pagina bianca del volume che loro hanno appena comprato.

Tutto bello se non fosse che le librerie disponibili, a volte, dopo un paio di pomeriggi di spediscono via, facendoti capire che non è aria e, secondariamente, non puoi obbligare un cliente ad acquistare qualcosa che non desidera. Il cliente ha sempre ragione.

Ennesima proposta dell’editore: vieni in fiera con noi. Certo! Subitissimo! Se mi stipendi tu e mi dai un fisso al mese, spese e alloggio compresi, allora vengo di corsa! Mi domando se gli editori abbiano idea che cosa significhi per uno che scrive per hobby farsi su e giù per l’Italia per inseguire loro e sperare in un week end di piazzare almeno sei o sette compie di un libro ad altrettanti acquirenti poco interessati. Insomma, può andar bene se decidi di investire il tuo tempo e i tuoi soldi in questa iniziativa privata e per nulla sostenuta da qualcuno, ma in caso contrario…

Per farla breve, in qualunque caso caschi male e tu, scrittore alle prime armi, sei abbandonato a te stesso. Ora sono stato conciso, citando i fatti che più mi sono sembrati significativi, ma sono certo che se mi sforzassi, troverei qualche altro sassolino nelle mie scarpe.

Perché dico tutto questo? Non certo per dissuadere dai loro propositi tanti buoni scrittori alle prime armi come me che altrimenti si taglierebbero tutte le vene che hanno in corpo lasciando da parte la loro grande passione. No, come ho specificato all’inizio, lo faccio per rendere note alcune cose che ai profani paiono cavolate o bufale inventate di sana pianta.

L’editoria non è un mondo tutto rose e fiori e per scrivere un libro, di qualunque cosa si tratti, non è sufficiente sapere mettere insieme qualche migliaio di parole e contattare un editore compiacente come quelli a pagamento. Scrivere un libro è molto di più e tante persone, me compreso, lo fanno soprattutto per stare meglio con se stesse. Io scrivo per il mio divertimento personale, per sentirmi grande e per fare qualcosa che migliorerebbe il mio mondo e la mia giornata. Gli altri non lo so. Forse per la stessa ragione.

Ma tutte queste vane parole, scritte per essere presto dimenticate e spese per non cambiare nulla della frustrante situazione dell’editoria italiana e dei fenomeni momentanei che lasciano il tempo che trovano, le ho messe insieme perché sono triste e sconsolato. Sono deluso dallo status quo dell’editoria italiana che ha stuprato e quasi ucciso l’ars letteraria, che ha fatto proliferare come tanti batteri scrittori che non meritano, marci pensatori liberi che sono eruditi e non colti e personaggi new age che al solo sentirne il nome mi viene il voltastomaco.

Scrivo da metà della mia vita e certamente ho passato anni a buttare giù porcherie, ma oggi, a furia di leggere e di esercitarmi con costanza, sono migliorato. Sono diventato uno scrittore diverso e forse più maturo di un tempo. Ho consapevolezza di ciò che scrivo e del perché lo scrivo, di ciò che voglio dire e per chi lo sto dicendo. Forse queste non saranno considerazioni necessarie per fare di me un autore famoso o che pubblicherà best-sellers, non mi faranno diventare una persona migliore ma di certo mi aiutano a non perdere la bussola, a non commercializzarmi, a non rovinare ciò che di bello c’era nello scrivere. Come ho detto più su, nel titolo, come scrittore sarò anche un incapace, a quanto pare agli editori, ma non sono scemo. Puoi portare in giro una pecora con l’anello al naso quanto tempo vuoi, ma quando ti trovi davanti un gregge e non hai il tuo fido cane da pastore, è tutta un’altra faccenda.

ANCORA UNA RIPRESA – Quando mettere la parola fine

Si parla di fortuite coincidenze. In effetti, è trascorso più di un anno e mezzo da quando è stata fatta circolare la notizia circa l’ennesimo capitolo della saga del pugile Rocky Balboa, il mancino stallone italiano interpretato da Sylvester Stallone. Tuttavia, solo pochi giorni fa sono venuto a conoscenza di questa novità. E detto questo, mi è venuto naturale pensare a un parallelo. Tra pugilato e scrittura? Che diavolo ha in mente questo qui? È matto, per caso?

Be’, non proprio. Ne “La verità sul caso Harry Quebert” di Jöel Dicker, questo parallelo è stato associato dallo scrittore svizzero lungo tutto il romanzo con sapiente maestria e forse con un pizzico di sfrontatezza, visto che si è più soliti paragonare la parola alla spada. Ferisce di più, a quanto dicono. La penna, intendo.

Ad ogni modo, il parallelo non è con la boxe, quanto con la voglia, o meglio, la volontà di smettere. E non mi riferisco al chiudere per sempre il rubinetto delle idee o allo smorzare il pizzicore della passione che spinge uno scrittore a scrivere, bensì mi rifaccio a quella malsana, vetusta, inveterata e forse anche un po’ sbagliata concezione che ogni autore, dilettante o meno, può aver fatto propria, almeno per una volta nella propria vita. Quando si mette la parola fine?

Già, lo chiedo anche a voi. Quando si mette la parola fine? In una storia, di qualunque tipo essa sia, quando si mette la parola fine?

Non sono qui per spingervi a seguirmi, come fossi un “predicatore del cavolo che vi parla dell’Inferno e del Paradiso”. Non voglio darvi falsi o opinabili modelli letterari da seguire, poiché, grazie al cielo, in letteratura, quasi tutto è opinabile, salvo forse la grammatica, la consecutio temporum, la struttura della frase, etc. etc. Sono qui, al contrario per farvi riflettere su questo aspetto, questo morbo che affligge lo scrittore, presto o tardi. Così come la “sindrome della pagina bianca”, di cui parla Dicker nel suo romanzo, il “blocco dello scrittore” o “blocco dell’artista”, reinterpretato in chiave musicale nella traccia “Wither” dell’album “Black clouds & silver linings” dei Dream Theater, band progressive metal statunitense, allo stesso modo la “malattia dell’incompiuto” affligge anche i più grandi. Ne fece le spese Ludovico Ariosto, le cui edizioni dell’Orlando furioso furono ben tre. Fu contagiato Torquato Tasso che trasformò, a causa dell’ossessivo pensiero che la sua opera non fosse sufficientemente pura, la “Gerusalemme liberata” nella “Gerusalemme conquistata”. Altro esempio fu Alessandro Manzoni che, prima di regalarci il suo memorabile capolavoro “I promessi sposi”, passò per il “Fermo e Lucia”, la “Ventisettana” e la “Quarantana”.

Questa mia non vuole essere una critica a questi artisti dell’empireo letterario. Non mi permetterei mai. Non ne avrei nemmeno le competenze tecniche. Io, semplicemente, da artigiano della scrittura, come detto poc’anzi, voglio spingere i lettori e gli scrittori soprattutto, a pensare. Insomma, quando dire basta? Quando capire se un’opera è completa? Quando poterla accantonare e finalmente dedicarsi ad altro senza continuamente, ossessivamente, proseguire con l’inseguimento di una chimera?

Forse la mia è una caccia alle streghe, ma la cosa peggiore di una caccia alle streghe, come ho sentito dire, è una strega, una strega vera, in carne e ossa che sta di fronte ai nostri occhi. Molto spesso, infatti, mi è capitato di sentire persone che scrivono, non necessariamente scrittori, che non sanno come, quando o perché fermare una storia. Non sanno dove andare a mettere la parola fine. Non sanno proprio quando metterla! M’infilo anch’io nella schiera di questi compositori di storie infinite, perché tra i miei lavori, ce ne sono alcuni, ancora incompiuti, che mai verranno terminati, proprio perché non ho saputo mettere la parola fine.

Con il passare degli anni, tramite la lettura e la scrittura, due esercizi indispensabili per chi vuole scrivere anche solo per diletto, ho capito che ci sono due modi per riuscire a compiere questo difficile eppure indispensabile atto, tralasciando ovviamente il perfezionismo patologico che sfocia nel disturbo di personalità ossessivo-compulsivo. Questi due metodi, se così li possiamo chiamare, sono “induttivo” e “deduttivo”.

Con il secondo metodo, il narratore si prepara con amore una scaletta, uno schema che evolve durante la stesura dell’opera e sbozza quest’ultima dal marmo grezzo della propria mente, a poco a poco. È, lo schema, una sorta di traccia, una bussola letteraria che indica la via su ciò che si vuole fare. È inevitabile quindi che esso giunga alla fine ed è forse più semplice da padroneggiare, rispetto a un intero romanzo. Un po’ come nel metodo scientifico. Formulo un’ipotesi, la verifico tramite esperimenti e se le conclusioni confermano l’ipotesi, ho terminato, altrimenti proseguo fin dove devo arrivare.

Con il primo metodo, al contrario, lo scrittore non ha bisogno di prepararsi la scaletta perché, più fantasiosamente, ha tutto in testa e viene folgorato dalla conclusione, quand’essa gli si palesa di fronte. Tuttavia è arduo riuscire a coglierla, perché è molto labile, sia come concetto sia come indicazione. Non c’è nulla di scritto. Niente nero su bianco, quindi si rischierebbe di lasciarsi sfuggire la parola fine e tornare daccapo.

E a questo punto, il mio discorso non vuol dire che si debba necessariamente seguire l’una o l’altra via. Il mio discorso è un’indicazione, tutto qui, un modo diverso di vedere le cose. E se qualcuno non vuole abbandonare, se vuole essere vittima e carnefice della propria storia perché è l’unico modo che conosce per essere felice, tralasciando i dettagli cruenti di questi due sostantivi, be’, lo faccia! Non sarò certo io a dirgli il contrario. Però dovrebbe capire che a volte il troppo stroppia e che si può sempre trovare qualcosa di nuovo da fare. Anche Rocky, un bel giorno, dovrà arrendersi e appendere i guantoni al chiodo, sia per boxare che per allenarsi.