GIOCO DI SPECCHI – A.O.A.

Mi sono detto, grazie al cielo sono uno scrittore e non un attore. Sarei pessimo a recitare, infatti. Sbaglierei continuamente le battute e non saprei mai quando attaccare. Sono un disastro da questo punto di vista. Pura verità. Purtroppo al mondo c’è chi può e chi non può. Io sono della seconda categoria, ma tutto sommato, meglio così.

Vi è mai capitato di voler confidare qualcosa a qualcuno, oppure di volervi semplicemente sfogare con persone che vi porgono orecchio solo quando fa comodo? O magari vi sarà anche solo successo di voler discutere di un certo argomento spinoso ma importante per voi. Suppongo di sì. E suppongo anche che vi sarà capitato, per peccato di orgoglio, di voler liquidare il tutto con un’alzata di spalle e andare avanti perché tanto, parole vostre, “non c’è nessuno disposto ad ascoltarmi. Non c’è nessuno che mi può aiutare e di me non gliene frega niente, agli altri.”

Mi ci metto anch’io in questo gruppo. Capita piuttosto spesso anche a me di ritrovarmi in una situazione del genere e allora mi viene da chiedermi: come si fa a invertire la tendenza? Come possiamo, noi tutti, orgogliosi e che indefessamente non vogliamo mostrarci deboli e bisognosi di aiuto, evitare di rispondere come i cani di pavloviana memoria in maniera automatica e scontata e, quasi sempre, in modo tale da essere danneggiati dai nostri stessi atteggiamenti e parole? Non penso sia così semplice. Abbiamo bisogno anche noi di un circolo speciale? La A.O.A., Associazione Orgogliosi Anonimi.
Cazzo, come fai, dopo anni in cui ti sei comportato in un certo modo, a cambiare improvvisamente, quando qualcuno ti prende alla sprovvista? È scontato dire che la tua difesa sia adottare un comportamento conosciuto, gestibile e che poco ti espone alle cantonate della vita, no?

A me è capitato giusto ieri, quando con alcuni compagni di università si era in vena di confidenze e di rievocazioni dei vecchi tempi. Io ascoltavo, ridevo, facevo qualche battuta però non dicevo niente di me. Mi sentivo fuori posto, dopotutto. Erano gli altri a parlare, a raccontare qualche episodio curioso capitato negli anni precedenti insieme al fidanzato o alla fidanzata di turno. E poi, quando salta fuori che la compagna del gruppo non è impegnata, che è stanca di tutti i cretini che le ronzano attorno, la domanda scatta automatica: «Stai cercando il moroso?»
La reazione degli altri è altrettanto inaspettata e fulminea: «Guardalo, come va subito al sodo! Non ci pensa due volte!»
E ancora: «Dai, conviene che cominci a preparare un curriculum vitae!»
Risate e scherzi, battute di bassa lega, ma pur sempre divertenti. Ci si trova bene in una situazione del genere. È il massimo per rompere il ghiaccio e avvicinarsi a una persona che magari non ti dispiacerebbe frequentare, una ragazza simpatica e carina. Sarebbe tutto perfetto se non ti mettessi sulla difensiva per un vecchio e inarrestabile riflesso condizionato.
Lei, seguendo le dritte degli altri, chiede: «Ma tu stai cercando la morosa?»
E tu, da bravo fesso che fai? Dici di no! No, per tutta una serie assurda di motivi e un codazzo di preconcetti che ti sei costruito attorno negli anni come una grande muraglia per difenderti da tutto, delusioni, dolore e tristezza compresi.

Ecco, io non riesco a capire. A mente fredda, qualche ora dopo, riflettendoci, mi sono detto che avrei dovuto rispondere in maniera completamente differente e seguire l’onda invece di contrastarla e di affogarci dentro. Ma non ce l’ho fatta.
È stato tutto come un bizzarro gioco di specchi, alla fine. Come se tu ti fossi riguardato dall’esterno, rivivendo quella situazione e avessi compreso meglio cos’era giusto fare per portare acqua al tuo mulino.
Ma ormai è tardi. Il treno passa una volta sola e io, di treni, ne ho persi parecchi.
Non è un piangersi addosso, il mio, ma come dico sempre, una constatazione, un modo per provare a capirmi e a evitare di rifare gli stessi errori, sebbene non sia sempre così semplice come sembra.

Per questo chiedo ancora, come si fa a cambiare, come si può evitare quei riflessi profondi e non bloccabili che escono sempre quando non è il momento adatto.
Cerco l’Associazione Orgogliosi Anonimi per combattere la mia dipendenza dall’orgoglio che, come dice Vasco, ne ha rovinati più lui del petrolio.

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SPORCHI AFFARI FATTI A PREZZI STRACCIATI

Dopo quarantotto ore venne il giorno del bombardamento, ma sul far dell’alba il tempo segnava pioggia e prima di mezzodì il cielo nero prese a mandare lampi e a scaricare a terra una quantità d’acqua mai vista. L’attacco americano venne rimandato, ma arrivarono dispacci rapidi di proseguire l’offensiva inglese non appena il tempo lo avesse permesso, e ciò avvenne presto.

Doug decollò con il battaglione facendo da scorta ai bombardieri e si diresse sugli obiettivi con la mente

svuotata. “Perché lo sto facendo?” si domandava, ma sapeva che un soldato com’era lui doveva soltanto fare ciò che gli veniva ordinato. Non doveva pensare. Lo sapeva lui così come lo sapeva Smith quando gli aveva parlato dell’attacco sulla Germania.

“Perché?” pensò. “Io dovevo aiutare le persone.”

Quando le bombe presero a cadere sopra Dresda, gli Spitfire inglesi ronzavano in aria, controllando che l’azione non fosse disturbata dai Messerschmitt, e Doug iniziò a udire gli ordigni che esplodevano a terra con gran fragore, trasformarsi poi in focolai enormi lungo tutta la periferia. Le fiamme infine convergevano verso il centro della città.

“Perché?” si chiese un’altra volta. “Dresda non è una roccaforte militare. Perché bombardare Dresda?”

Dall’abitacolo del suo aereo udiva soltanto il rumore dell’aria sbattergli sulla faccia come una sventagliata gelida e il rombo del motore. Ma in mezzo a tutto quel chiasso, nella sua mente, poteva distinguere le urla disumane della gente che moriva, bruciata dentro quella trappola infernale della guerra.

Ormai la città era un rogo senza fine. Le fiamme rosse gialle e arancioni salivano in cielo, crepitando ininterrottamente. Era uno spettacolo raccapricciante e Doug sentì i conati di vomito salirgli dallo stomaco. “Perché tutto questo?” si chiese ancora. Non c’era risposta: era la guerra. “Io dovevo aiutare le persone.”

(Tratto dal racconto SPORCHI AFFARI FATTI A PREZZI STRACCIATI, “Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta“, Raul Londra)

DOMINA

Ebbene sì, sono stanco di lottare. O forse dovrei usare il passato. Ero stanco.

L’ultimo mese di vita è stato un lento trascinarsi alla meta tanto agognata, ma quella meta non è altro che l’inizio di questa storia che ora sto scrivendo e quindi il punto di partenza per un altro viaggio. La mia destinazione vera e propria è un po’ più avanti.

Mi chiamo Ray Johnson, ho ventun anni e, per uno scherzo del destino, come a me piace chiamarlo, mi trovo nella miserabile condizione di essere tutto ciò che non vorrei essere. Certo, sembrano farneticazioni di un idiota queste, ma è la pura verità.

Fin da quando ero piccolo ho sempre avuto problemi con gli altri bambini e non so spiegarmi perché. Io me ne stavo tranquillo per i fatti miei, ma in ogni caso c’era qualcuno più bravo, più bello, più intelligente di me che doveva pavoneggiarsi, prendendomi come termine di paragone. Le buscavo anche, spesso e volentieri, perché in una scazzottata tra ragazzini, in un modo o nell’altro, io venivo sempre tirato in mezzo e la faccenda finiva con un richiamo e il naso sanguinante.

Crescendo, la situazione non è migliorata. La poca gente che mi stava attorno mi diceva il contrario, mi diceva che tutto stava cambiando o che sarebbe cambiato presto, ma io mi rendevo conto che ogni cosa rimaneva uguale: solo che io mi allungavo e diventavo più grande e vecchio dentro.

I miei genitori erano abbastanza orgogliosi di me, almeno per quanto ci si possa aspettare da una casalinga e da un operaio di fabbrica, perciò io ho sempre finto in famiglia che tutto andasse per il verso giusto: meno domande per me e meno grattacapi per loro. Ma le cose in realtà erano diverse.

(Tratto dal racconto DOMINA, “Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta“, Raul Londra)

EROE

«Essere grande e grosso non significa essere intelligente» gli aveva sempre ripetuto il vecchio, e lui, Jacob, nonostante tutto, come figlio non era mai stato abbastanza.

La rabbia nasceva anche da lì, da quel sentirsi sempre fuori posto, inadatto, sbagliato, dal vedersi sempre superato dal figlio degli altri, dall’amico, dal cugino. Ma Jacob non era stupido e sapeva che presto o tardi qualcosa sarebbe successo e tutto sarebbe cambiato.

Eccolo il cambiamento. Doveva avvenire quel giorno, il giorno del suo diciottesimo compleanno.

Scese al piano di sotto senza far rumore, attraversò il piccolo corridoio osservando la madre piangere in cucina, sgattaiolò fuori e si avviò rapidamente verso il capanno degli attrezzi. Dentro c’era suo padre che trafficava con qualcosa. Jacob sentiva il rumore fin da fuori.

Entrò e richiuse immediatamente la porta. Il pavimento di tavole di legno marcio era umido di un qualche liquido puzzolente simile al gasolio o alla benzina. In fondo, dietro un divisorio di compensato, c’era suo padre che beveva dalla bottiglia di whisky e agitava senza successo un trapano vecchio, facendo buchi a caso nella parete del divisorio. Un gesto senza senso, come tanti altri ne aveva fatti quel bastardo.

«Che vuoi?» grugnì Friedrich con la voce impastata. Jacob non rispose e continuò a fissare suo padre con gli occhi accesi dalla rabbia.

«Ti ho chiesto che vuoi, stupido idiota!» alzò la voce. Lo guardava da sotto in su e distingueva a malapena la forma del corpo di suo figlio che perdeva definizione e si sdoppiava.

Jacob rimase ancora in silenzio e allungò la mano per prendere la bottiglia vuota che suo padre aveva appena posato sul ripiano alle proprie spalle.

(Tratto dal racconto EROE, “Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta“, Raul Londra)

ECHO

Era il pomeriggio inoltrato di una bella domenica soleggiata d’agosto quando Giorgio si svegliò con il mal di testa. Alcuni raggi di sole filtravano dalle persiane chiuse della sua camera da letto e lo infastidivano.

Si alzò e fece un giro per casa. Fin dalla mattina l’emicrania lo aveva tormentato, ma almeno per ora si era un po’ calmata, senza però dar segno di volerlo lasciare in pace. Eppure aveva sognato qualcosa di bello: un bel sogno non avrebbe dovuto renderlo felice, forse?

Come al solito, dopo un sogno, ecco di nuovo la sua desertica nuova realtà. Nulla era cambiato dal giorno prima, nulla sarebbe cambiato il giorno dopo: solo Silvia c’era a rendergli meno odiosa un’esistenza del tutto incolore, nemmeno grigia.

Pensò alla ragazza così intensamente che perse la cognizione del tempo e si scordò addirittura il mal di testa. Quant’era bella! No, bella era ancora dir poco. Lei era molto di più che bella, era stupenda, no, divina, no… non esistevano parole umane per descriverla. Un altro non avrebbe mai capito quello che provava.

Giorgio respirò a fondo. Chiuse gli occhi. Li riaprì.

Eccola lì, proprio davanti a lui. Ma possibile che fosse lei? Fino a un attimo prima non c’era, la casa era deserta. No, non poteva essere un sogno. Era lì, davanti a lui, in carne ed ossa.

Che stupido, si disse, e rise: non c’era nessuno, solo un film della sua mente. L’aveva vista così tante volte che ora riusciva pure ad immaginarsela.

La fissò ammorbidendo lo sguardo che si fece ben presto umido. Tentò di riempire il silenzio martellante con qualche parola ma non riuscì a pronunciare che bisbigli soffocati in gola.

Silvia stava ancora lì, di fronte e lo fissava sorridendo. Giorgio tese in avanti la mano per accarezzarle la guancia ma tutto svanì, lo schermo si fece nero e si udì dalla cucina un trillo di telefono.

(Tratto dal racconto ECHO, “Memorabilia – Storie di un mondo invisibile“, Raul Londra)

EPISTULA II

Ciao Delta,

ho letta la tua lunga lettera, decisamente migliore di quelle che io ti avevo scritto anni fa, impastate di sentimento adolescenziale e nulla più. Mi sono fermato a riflettere. Amo molto riflettere, specie in queste situazioni.

Ero nervoso ed eccitato al tempo stesso alla fine e mi sembrava di aver fatto una lunga corsa. E forse un po’ ho corso per mettermi al passo scorrendo un trascorso di molti anni in quattro sole pagine. Quante cose hai fatto nella tua vita! Quante esperienze hai affrontato in soli diciannove anni! Quanto sei diventata grande!

Parlare così mi fa sembrare un fratello più grande che si preoccupa per te, ma in realtà mi sento un piccolo borghesuccio ottocentesco, tutto intento nei suoi affari di città e nella sua famiglia, e forse un po’ lo sono anche.

Ricordo ancora le prime volte in cui tentavo di scrivere lettere che fossero indirizzate a te o ad una destinataria immaginaria. Le prime parole erano sempre le stesse: si fa fatica a scrivere con il computer perché rende qualsiasi cosa impersonale. Ogni lettera, ogni frase, ogni pensiero, passa attraverso il vaglio critico della ragione logica di una macchina, incapace di provare sentimenti, incapace di discernere una situazione oltre un certo limite di evidenze.

Eppure in tanto tempo ho imparato tante cose.

Ho imparato a prevedere le conseguenze delle mie azioni e anche l’avvenire, ho imparato a conoscere davvero le persone, ho imparato a non fidare molto nel destino perché non mi piace l’idea di non poter gestire il mio futuro. Eh sì, alla fin fine ho imparato anche a scrivere con il computer.

Una cosa che non ho ancora imparato invece è: controllare i sentimenti fino in fondo. I sentimenti sono quelle cose che fanno strage nell’anima di una persona, sono quegli enti astratti che hanno sempre in mano la vittoria alla fine di qualsiasi guerra, sono quell’esercito di mantelli rossi che può farci vincere una battaglia se siamo schierati con loro e che ci sconfigge se siamo contro.

Perciò non preoccuparti se noterai poco filo logico in questa lettera: la colpa è dei sentimenti.

Percepisco qualcosa dentro, qualcosa provato in passato pochissime volte, qualcosa che mi sconvolge e ruggisce come un leone feroce, qualcosa che non mi permette di essere me stesso.

Questo nonostante io appaia spesso quanto mai austero e cinico. Fa sempre parte della mia natura. Io voglio mostrarmi così per dare un’immagine solida cui una persona possa aggrapparsi. Non sopporto i ragazzi o gli uomini che piangono, ma quante volte mi sono visto in lacrime per amore, dolore, nostalgia. Niente di ciò tuttavia ho mai mostrato o condiviso con gli altri perché queste sono cose da donare a persone speciali.

Sono asociale, è vero. Ma forse lo sono non per esclusiva volontà mia. È possibile che io lo sia diventato a causa del mio essere un po’ borghesuccio ottocentesco, o magari anche a causa dell’ambiente che mi ha sempre circondato negli ultimi cinque anni.

Al liceo la vita scorre tutta uguale e se non fai qualcosa per cambiarla, finisce che ti soverchia: o resisti stoicamente, oppure soccombi. Queste sono le uniche due soluzioni.

Io ho resistito perché sono nato per resistere fino alla fine. Gli amici, quelli che credevo veri, anch’io li ho persi per strada ma ho conosciuto qualche nuova persona, scelta accuratamente tra lo schieramento di gente che la vita ogni giorno mi sottopone. In compenso è cresciuto il novero dei miei nemici, ma un gruppo di nemici tra i peggiori che la vita stessa potesse riservarmi: gli ipocriti.

Ogni giorno, svegliarsi con il magone per la scuola, per i compagni e le compagne, arrivare al liceo, litigare, non andare mai d’accordo con nessuno, estraniarsi dalla vita liceale per non incappare in quegli incidenti di percorso che puntualmente si presentavano sulla mia via.

Oggi è quasi tutto finito.

(Tratto da EPISTULA II, “Memorabilia – Storie di un mondo invisibile“, Raul Londra)