INCONTRI RAVVICINATI DEL QUARTO TIPO

Ci sto riflettendo in questi giorni. È una sorta di vocina che mi sussurra una domanda nella mente e non smette. Anzi, continua. Sempre più forte, sempre più ravvicinata, a tal punto che devo smettere di ignorarla.
La domanda, apparentemente semplice, diventa complicata quando devo fermarmi a riflettere per dare una risposta soddisfacente.

Perché scrivo? Già, perché scrivo? Qual è il motore immobile, il primum movens che mi spinge a sedermi al computer, aprire un foglio elettronico, attendere che il cursore lampeggi sulla pagina e dal mio cervello inizino a fluire parole come un fiume in piena che le dita, correndo velocemente sulla tastiera, possono trasformare in una storia?
Le risposte, come ho letto diverse volte in giro, sul web, sui libri, sui quotidiani, parlando con altri scrittori o aspiranti tali, sono molteplici. C’è chi scrive per fare soldi, chi per farsi conoscere, chi per comunicare qualcosa, chi per imparare e chi, come me, per se stesso e per raccontare una storia.

Potrei dire che sia questa la motivazione fondamentale: scrivere perché mi da piacere e perché voglio raccontare, come i grandi narratori americani che, spesso e volentieri, per alleggerire un contenuto eccessivamente pesante da digerire lo infilavano in un racconto che trasformava tutto in qualcosa di più godibile, ma per questo non meno pregno di significato.
Potrei anche dire che è una droga, la scrittura. Che scrivo perché non posso più smettere, perché devo creare un mondo nuovo, laddove il mio, il nostro è brutto e lacunoso. E devo modificare la mia creazione come una sorta di Demiurgo che plasma la materia sulla base di idee tutte proprie.

Tuttavia, in mezzo a questa specie di categorizzazione, sul limitare di una risposta che cerco da molto tempo alla domanda, voglio anche raccontarvi una cosa che in questi giorni più che in altre occasioni mi ha fatto riflettere.
Poco prima di Natale, un fidato amico libraio mi ha invitato nella sua libreria per un firma copie con i miei libri esposti su un banchetto. So come funzionano questi “appuntamenti” per scrittori alle prime armi o sconosciuti come me. Ti metti a fare il palo e attendi che qualche sventurato acquirente entri, si faccia infinocchiare da te e compri il/i tuo/tuoi libro/libri.
Come ho già detto e ripetuto in molte occasioni, un libro che è poco conosciuto, scritto da un autore poco famoso e pubblicato da una piccola casa editrice non è sinonimo di lavoro scadenze. Anzi, molto spesso tra le fila della microeditoria si celano scrittori di grande talento che hanno la sola “colpa” di non essere pubblicati da editori più famosi e di ampio richiamo.
Comunque, detto questo, mi preparo, estraggo tutti il mio materiale, dispongo i libri i bell’ordine, mi metto un cartellino identificativo con su scritto il mio nome e “scrittore” stampato a caratteri cubitali lì sotto, quindi dispongo qualche work in progress e segnalibri. Dopodiché attendo.
Ad eccezione di quelle persone che entrano nella libreria per ritirare libri già prenotati e che non mi degnano di uno sguardo, quasi fossi un appestato scappato dal lazzaretto, nel negozio compaiono anche altri potenziali acquirenti, apparentemente indecisi, alla ricerca di un regalo.
A più riprese sento il mio amico libraio e sua moglie che consigliano questi clienti con una marea di titoli differenti, senza però riuscire a centrare il bersaglio. Alla fine, presi quasi per disperazione, fanno cenno a me, dicendo che c’è anche uno scrittore, che se vogliono possono farsi raccontare la trama dei miei libri e capire se sono interessati.
Improvvisamente io, appestato, entro nel campo visivo. Il mostro finalmente si palesa. Loro mi ascoltano, storcono la bocca e il naso di fronte ai titoli in latino, non si sprecano più di tanto a dare ascolto ai temi delle mie storie e con una scossa del capo mi dicono, per la maggior parte, che non sono interessati, che sembrano letture pesanti, che magari torneranno un’altra volta, tanto il libraio i miei libri li ha sempre. Salutano e se ne vanno.
Quindi entra un’altra signora, che mi dice dall’alto della sua esperienza, denigrando il mio lavoro, che i libri dovrebbero parlare da soli, che io lì in libreria non dovrei esserci e quando inizio, dietro sua richiesta a spiegarle di cosa parlano, le smorfie di disgusto quasi mi spingono a dirle che non è obbligata ad acquistare i miei libri, se proprio non le piacciono.
Infine, apoteosi, arriva un’altra potenziale acquirente che, appena prova a leggere il titolo del mio ultimo libro “Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta” incespicando nella pronuncia, indispettita e al limite della blasfemia, si allontana quando le dico che è latino, che si tratta di un mottetto di Seneca e che significa “rivendica il tuo diritto su te stesso”.
A questo punto, arrabbiato e deluso per il comportamento di questa donna, mi fingo disinteressato, metto su la peggior maschera d’indifferenza e faccio come se lei non ci fosse. Alla fine, dato che la suddetta donna non trovava nulla da comprare, si è decisa a lasciarsi “spiegare” di cosa parlassero i miei libri e si è gettata come un bulldog su una braciola sull’ultimo, sopra citato, che era il meno costoso.
Ha pagato, si è fatta fare l’autografo ed è uscita ringraziandomi.

Ora, io non faccio lo schizzinoso e neppure il saccente o superiore, ma una cosa mi sfugge. Nessuna, e sottolineo, nessuna persona ha dato un’occhiata ai miei libri, nessuna li ha neppure sfiorati, ne ha letto qualche passo, che per l’occasione avevo preparato. Nessuna si è fatta conquistare da uno scrittore sconosciuto. E chiunque potrebbe muovermi la critica che io non so vendermi, ma la realtà è che forse non ci sono lettori abbastanza interessati. O forse non ci sono abbastanza lettori al mondo. Non mi so rispondere. Non posso arrivare a una constatazione riguardo a ciò che mi è capitato basandomi su un campione di dati così esiguo, però vedo anche che di gente che entra in libreria interessata a leggere qualcosa di bello e nuovo che non sia sempre e solo quel tale autore famoso che si vende da solo, non ce n’è ed è dannatamente difficile trovare persone che vogliano ascoltare ciò che hai da dire. O come nel mio caso, che hai da scrivere.

Allora, torniamo alla domanda dell’inizio: perché scrivo? Ancora non riesco a darmi una risposta, però allo stesso tempo mi viene quasi da pensare con disperazione che potrei semplicemente appendere la penna al chiodo e smettere perché se le mie storie, i miei racconti bastano solo a me, nella mia testa, per quale motivo dovrei continuare e sprecare ore e ore del mio tempo, della mia vita, se non avrò mai nessuno che vorrà conoscere ciò che ho da scrivere?

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TRUE STORY – SARÒ UN INCAPACE, MA NON SONO SCEMO

L’inizio della storia certamente lo conoscete tutti. E forse anche gran parte dello svolgimento. Sul finale, mi riservo di tenervi un po’ sulle spine.

So che queste mie parole non cambieranno la situazione che io e altri colleghi (sì, per una volta voglio essere sfacciato e designarci come categoria) ci troviamo ad affrontare, però mettere nero su bianco qualcosa che continuamente si ripete nelle vite di decine di migliaia di persone in Italia farà sentire meglio me e, forse, un po’ meno soli gli altri.

Mi chiamo Raul Londra, nome curioso, che magari può sembrare d’arte, ma non lo è. Sulla carta d’identità campeggiano proprio queste due parole. Forse qualcuno delle persone che segue la mia pagina, Writers’ corner, su Facebook o che tiene d’occhio il mio profilo Twitter, si ricorderà vagamente…

Per farla breve, sono a un passo dai venticinque anni, studio medicina e nel tempo libero scrivo. Mi piace leggere, suonare la chitarra, ascoltare musica e guardare film.

No, non preoccupatevi: queste non sono le info che trovate su un sito per appuntamenti. Servono giusto per fare un po’ il punto della questione e per porre l’accento sul fatto che io scrivo per hobby, nonostante adori alla follia questa mia necessità, e non sia un autore per lavoro.

Ho cominciato a scrivere all’età di 12 anni, quando frequentavo le medie. La faccenda è cominciata con un compagno che scribacchiava su un quadernetto storie umoristiche di pessimo gusto sulla nostra classe ed io, per non essere da meno, mi sono cimentato in qualcosa per negli anni successivi si sarebbe trasformato in una droga.

Detto questo, svelo subito anche una parte dello svolgimento della storia: ho pubblicato. Già, ho avuto la fortuna di vedere il mio nome stampato sulle copertine di ben tre libri e inserito accanto al titolo di quattro racconti che circolano o circoleranno sul web. Sono stato fortunato, devo ammetterlo. Una piccola casa editrice che non chiedeva contributi per la pubblicazione mi ha contattato dopo alcuni mesi da che avevo spedito il mio primo libro e mi ha offerto un contratto di pubblicazione. Poi, l’anno successivo ne è arrivato un altro, di contratto. E poi un terzo.

Con queste persone ho pubblicato due antologie di racconti e un romanzo: Memorabilia, Lupus et agnus e Vindica te tibi. Titoli un po’ classicheggianti, retaggio liceale che soltanto di recente sono un po’ riuscito a limare. Non richiamano molto, lo so. Copertine, spero darete loro un’occhiata, piuttosto cupe e non molto di richiamo, forse per i gusti di alcuni.

Fatto sta che io accettai di intraprendere questa collaborazione ben quattro anni fa, nell’agosto del 2011, per poi vedere il mio primo libri pubblicato a maggio 2012. Fu una bella soddisfazione, non lo nego. Organizzammo una presentazione in una libreria vicino al mio paese e poi mi detti da fare per chiedere un permesso alla biblioteca comunale. Inutile dire che tutto andò ben oltre le più rosee aspettative dei miei editori, ma per me non era abbastanza.

Nei due anni successivi, con gli altri due libri, il boom non si ripeté. Le vendite calarono, il pubblico diminuì e le fiere non richiamarono più così tanta gente. Risultato: pieno di speranze, inviai il mio quarto libro al suddetto editore, dopo averne contattati altri, e la risposta fu che i miei libri vendevano poco, motivo per cui la casa editrice non poteva permettersi di pubblicarmi ancora.

Rimasi interdetto. Da un punto squisitamente economico, capivo. Non puoi spendere soldi se non hai guadagni. Non puoi investire se non ricavi nulla dall’investimento precedente. Logica ineccepibile, e va bene. Ma io?, mi chiesi. Che centravo io con tutto questo?

Cercai di darmi più volte una risposta decente e più volte fallii. Provai a pensare come avrebbero pensato i miei editori e infine parlai direttamente con loro per comprendere il motivo per cui le vendite scarseggiassero e i miei libri non richiamassero più, o forse non avessero mai richiamato, i clienti. Be’, loro non me lo dissero esplicitamente, ma io lo intuii. La morale della favola dello scrittore che pubblica è semplice: se nessuno conosce il tuo libro, nessuno lo comprerà mai. Logica ineccepibile, e va bene. Ciononostante la domanda mi sorse nuovamente spontanea. Ma io?, mi chiesi. Che centravo io con tutto questo? Detto fuori dai denti, come sentii dire da un altro editore conosciuto di persona: lo scrittore deve scrivere, mentre la casa editrice deve pubblicare, distribuire e promuovere i libri al fine di venderli. Ognuno ha il proprio lavoro.

La fregatura sta nel fatto che i piccoli e medi editori, con contratti standard del cazzo (perdonate il francesismo), se ne sbattono bellamente di pubblicità e distribuzione: per dirne una, il mio editore non distribuisce, ma spedisce su ordine, checché ne dica lui. Inoltre non pubblicizza, se non portando il mio ultimo libro uscito (poche copie, in effetti) sopra uno dei banconi del loro stand durante le fiere della media e piccola editoria cui partecipa.

Quindi, detto questo, provate a immaginare quante copie del mio libro potrebbero essere acquistate dai clienti. Il numero è ridicolo.

Altra proposta fatta direttamente dall’editore è stata: fai il firma-copie nelle librerie. Ora, per chi non lo sapesse, il firma-copie consiste nel mettersi in un angolo della libreria in questione, con un proprio banchetto e dopo una presentazione, un incontro sul suddetto libro o anche semplicemente per passare qualche ora con i lettori, mentre loro sborsano quattrini (a volte anche troppi) per acquistare il libro, tu, con un sorrisone a sessantaquattro denti stampato in volto, firmi con la tua bella stilografica (se ne hai una) la prima pagina bianca del volume che loro hanno appena comprato.

Tutto bello se non fosse che le librerie disponibili, a volte, dopo un paio di pomeriggi di spediscono via, facendoti capire che non è aria e, secondariamente, non puoi obbligare un cliente ad acquistare qualcosa che non desidera. Il cliente ha sempre ragione.

Ennesima proposta dell’editore: vieni in fiera con noi. Certo! Subitissimo! Se mi stipendi tu e mi dai un fisso al mese, spese e alloggio compresi, allora vengo di corsa! Mi domando se gli editori abbiano idea che cosa significhi per uno che scrive per hobby farsi su e giù per l’Italia per inseguire loro e sperare in un week end di piazzare almeno sei o sette compie di un libro ad altrettanti acquirenti poco interessati. Insomma, può andar bene se decidi di investire il tuo tempo e i tuoi soldi in questa iniziativa privata e per nulla sostenuta da qualcuno, ma in caso contrario…

Per farla breve, in qualunque caso caschi male e tu, scrittore alle prime armi, sei abbandonato a te stesso. Ora sono stato conciso, citando i fatti che più mi sono sembrati significativi, ma sono certo che se mi sforzassi, troverei qualche altro sassolino nelle mie scarpe.

Perché dico tutto questo? Non certo per dissuadere dai loro propositi tanti buoni scrittori alle prime armi come me che altrimenti si taglierebbero tutte le vene che hanno in corpo lasciando da parte la loro grande passione. No, come ho specificato all’inizio, lo faccio per rendere note alcune cose che ai profani paiono cavolate o bufale inventate di sana pianta.

L’editoria non è un mondo tutto rose e fiori e per scrivere un libro, di qualunque cosa si tratti, non è sufficiente sapere mettere insieme qualche migliaio di parole e contattare un editore compiacente come quelli a pagamento. Scrivere un libro è molto di più e tante persone, me compreso, lo fanno soprattutto per stare meglio con se stesse. Io scrivo per il mio divertimento personale, per sentirmi grande e per fare qualcosa che migliorerebbe il mio mondo e la mia giornata. Gli altri non lo so. Forse per la stessa ragione.

Ma tutte queste vane parole, scritte per essere presto dimenticate e spese per non cambiare nulla della frustrante situazione dell’editoria italiana e dei fenomeni momentanei che lasciano il tempo che trovano, le ho messe insieme perché sono triste e sconsolato. Sono deluso dallo status quo dell’editoria italiana che ha stuprato e quasi ucciso l’ars letteraria, che ha fatto proliferare come tanti batteri scrittori che non meritano, marci pensatori liberi che sono eruditi e non colti e personaggi new age che al solo sentirne il nome mi viene il voltastomaco.

Scrivo da metà della mia vita e certamente ho passato anni a buttare giù porcherie, ma oggi, a furia di leggere e di esercitarmi con costanza, sono migliorato. Sono diventato uno scrittore diverso e forse più maturo di un tempo. Ho consapevolezza di ciò che scrivo e del perché lo scrivo, di ciò che voglio dire e per chi lo sto dicendo. Forse queste non saranno considerazioni necessarie per fare di me un autore famoso o che pubblicherà best-sellers, non mi faranno diventare una persona migliore ma di certo mi aiutano a non perdere la bussola, a non commercializzarmi, a non rovinare ciò che di bello c’era nello scrivere. Come ho detto più su, nel titolo, come scrittore sarò anche un incapace, a quanto pare agli editori, ma non sono scemo. Puoi portare in giro una pecora con l’anello al naso quanto tempo vuoi, ma quando ti trovi davanti un gregge e non hai il tuo fido cane da pastore, è tutta un’altra faccenda.