GIOCO DI SPECCHI – A.O.A.

Mi sono detto, grazie al cielo sono uno scrittore e non un attore. Sarei pessimo a recitare, infatti. Sbaglierei continuamente le battute e non saprei mai quando attaccare. Sono un disastro da questo punto di vista. Pura verità. Purtroppo al mondo c’è chi può e chi non può. Io sono della seconda categoria, ma tutto sommato, meglio così.

Vi è mai capitato di voler confidare qualcosa a qualcuno, oppure di volervi semplicemente sfogare con persone che vi porgono orecchio solo quando fa comodo? O magari vi sarà anche solo successo di voler discutere di un certo argomento spinoso ma importante per voi. Suppongo di sì. E suppongo anche che vi sarà capitato, per peccato di orgoglio, di voler liquidare il tutto con un’alzata di spalle e andare avanti perché tanto, parole vostre, “non c’è nessuno disposto ad ascoltarmi. Non c’è nessuno che mi può aiutare e di me non gliene frega niente, agli altri.”

Mi ci metto anch’io in questo gruppo. Capita piuttosto spesso anche a me di ritrovarmi in una situazione del genere e allora mi viene da chiedermi: come si fa a invertire la tendenza? Come possiamo, noi tutti, orgogliosi e che indefessamente non vogliamo mostrarci deboli e bisognosi di aiuto, evitare di rispondere come i cani di pavloviana memoria in maniera automatica e scontata e, quasi sempre, in modo tale da essere danneggiati dai nostri stessi atteggiamenti e parole? Non penso sia così semplice. Abbiamo bisogno anche noi di un circolo speciale? La A.O.A., Associazione Orgogliosi Anonimi.
Cazzo, come fai, dopo anni in cui ti sei comportato in un certo modo, a cambiare improvvisamente, quando qualcuno ti prende alla sprovvista? È scontato dire che la tua difesa sia adottare un comportamento conosciuto, gestibile e che poco ti espone alle cantonate della vita, no?

A me è capitato giusto ieri, quando con alcuni compagni di università si era in vena di confidenze e di rievocazioni dei vecchi tempi. Io ascoltavo, ridevo, facevo qualche battuta però non dicevo niente di me. Mi sentivo fuori posto, dopotutto. Erano gli altri a parlare, a raccontare qualche episodio curioso capitato negli anni precedenti insieme al fidanzato o alla fidanzata di turno. E poi, quando salta fuori che la compagna del gruppo non è impegnata, che è stanca di tutti i cretini che le ronzano attorno, la domanda scatta automatica: «Stai cercando il moroso?»
La reazione degli altri è altrettanto inaspettata e fulminea: «Guardalo, come va subito al sodo! Non ci pensa due volte!»
E ancora: «Dai, conviene che cominci a preparare un curriculum vitae!»
Risate e scherzi, battute di bassa lega, ma pur sempre divertenti. Ci si trova bene in una situazione del genere. È il massimo per rompere il ghiaccio e avvicinarsi a una persona che magari non ti dispiacerebbe frequentare, una ragazza simpatica e carina. Sarebbe tutto perfetto se non ti mettessi sulla difensiva per un vecchio e inarrestabile riflesso condizionato.
Lei, seguendo le dritte degli altri, chiede: «Ma tu stai cercando la morosa?»
E tu, da bravo fesso che fai? Dici di no! No, per tutta una serie assurda di motivi e un codazzo di preconcetti che ti sei costruito attorno negli anni come una grande muraglia per difenderti da tutto, delusioni, dolore e tristezza compresi.

Ecco, io non riesco a capire. A mente fredda, qualche ora dopo, riflettendoci, mi sono detto che avrei dovuto rispondere in maniera completamente differente e seguire l’onda invece di contrastarla e di affogarci dentro. Ma non ce l’ho fatta.
È stato tutto come un bizzarro gioco di specchi, alla fine. Come se tu ti fossi riguardato dall’esterno, rivivendo quella situazione e avessi compreso meglio cos’era giusto fare per portare acqua al tuo mulino.
Ma ormai è tardi. Il treno passa una volta sola e io, di treni, ne ho persi parecchi.
Non è un piangersi addosso, il mio, ma come dico sempre, una constatazione, un modo per provare a capirmi e a evitare di rifare gli stessi errori, sebbene non sia sempre così semplice come sembra.

Per questo chiedo ancora, come si fa a cambiare, come si può evitare quei riflessi profondi e non bloccabili che escono sempre quando non è il momento adatto.
Cerco l’Associazione Orgogliosi Anonimi per combattere la mia dipendenza dall’orgoglio che, come dice Vasco, ne ha rovinati più lui del petrolio.

ISTINTO ANIMALE

La giornata volgeva al termine e già si preparava il grande falò al centro del villaggio perché lì tutti si sarebbero raccolti, quella sera, per ascoltare ciò che capo Taima aveva da dire in proposito alla spedizione al villaggio degli anziani.

Sewati era vigile e vispo, incapace di rimanere fermo anche solo per un istante. Taima lo intravide che scorrazzava portando legna per il fuoco, perciò si alzò e uscì dalla tenda. Guardò il ragazzo mentre si allontanava e poi ritornava con dell’altra legna. Era spasmodico, a volte un ficcanaso e rompiscatole, ma gli stava simpatico perché gli ricordava lui stesso da giovane. Pensò a sua figlia Chilaili e a Sewati. Loro due, insieme, potevano dare vita a un altro villaggio, un’altra generazione ancora più forte e duratura.

Litonya uscì poco dopo, seguendo il marito e con lo sguardo adocchiò a propria volta Sewati. «Pensi a quello che penso io, Taima?»

«Può darsi» rispose lui, enigmatico, voltandosi e abbracciando la moglie. «Però bisogna che inizino a crescere, non trovi?» mormorò, svelando il mistero.

Litonya alzò gli occhi verso il marito, sorridendo.

«Intendo dire», riprese lui, «che non sono più bambini e dovrebbero imparare ad andare d’accordo invece di litigare sempre.»

«Taima» sussurrò dolcemente sua moglie. «Sono giovani. Non ci puoi fare nulla. Impareranno col tempo che è il più grande maestro.»

Taima annuì serio.

«Eravamo diversi, io e te? Siamo sempre stati due pesti… eppure…» e a quelle parole anche Taima prese a sorridere, più sereno.

All’improvviso ricomparve Chilaili, accompagnata da un’amica. Parlavano tra loro e indicavano il cielo, al comparire delle prime stelle, con la luce del sole che scendeva sotto l’orizzonte. Il pomeriggio si accomiatava e la sera si destava.

(Tratto dal racconto ISTINTO ANIMALE, “Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta“, Raul Londra)

DOMINA

Ebbene sì, sono stanco di lottare. O forse dovrei usare il passato. Ero stanco.

L’ultimo mese di vita è stato un lento trascinarsi alla meta tanto agognata, ma quella meta non è altro che l’inizio di questa storia che ora sto scrivendo e quindi il punto di partenza per un altro viaggio. La mia destinazione vera e propria è un po’ più avanti.

Mi chiamo Ray Johnson, ho ventun anni e, per uno scherzo del destino, come a me piace chiamarlo, mi trovo nella miserabile condizione di essere tutto ciò che non vorrei essere. Certo, sembrano farneticazioni di un idiota queste, ma è la pura verità.

Fin da quando ero piccolo ho sempre avuto problemi con gli altri bambini e non so spiegarmi perché. Io me ne stavo tranquillo per i fatti miei, ma in ogni caso c’era qualcuno più bravo, più bello, più intelligente di me che doveva pavoneggiarsi, prendendomi come termine di paragone. Le buscavo anche, spesso e volentieri, perché in una scazzottata tra ragazzini, in un modo o nell’altro, io venivo sempre tirato in mezzo e la faccenda finiva con un richiamo e il naso sanguinante.

Crescendo, la situazione non è migliorata. La poca gente che mi stava attorno mi diceva il contrario, mi diceva che tutto stava cambiando o che sarebbe cambiato presto, ma io mi rendevo conto che ogni cosa rimaneva uguale: solo che io mi allungavo e diventavo più grande e vecchio dentro.

I miei genitori erano abbastanza orgogliosi di me, almeno per quanto ci si possa aspettare da una casalinga e da un operaio di fabbrica, perciò io ho sempre finto in famiglia che tutto andasse per il verso giusto: meno domande per me e meno grattacapi per loro. Ma le cose in realtà erano diverse.

(Tratto dal racconto DOMINA, “Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta“, Raul Londra)

PIOVE (parte 1)

In un primo momento mi sentii strano perché provai una sensazione con cui non avevo confidenza da qualche mese: restare fermo nello stesso posto con una miriade di idee che mi vorticavano per la testa era come essere inchiodato a una sedia nell’occhio di un tornado.

Mi sembrò un po’ stupido scrivere cose inventate o forse anche reali per continuare una storia che avevo congelato da un sacco di tempo. E poi, mi chiesi, una volta finita la storia che cosa avrei fatto? Avrei pubblicato? Chiedendo a chi? A case editrici che ti succhiano il sangue per stampare qualcosa di tuo? Avrei sperato di ottenere il successo di grandi scrittori affermati e famosi che guadagnano un sacco di soldi con i loro romanzi e possono vivere dei diritti di autore delle proprie opere? Ce l’avrei fatta?

Improvvisamente mi afferrò una strana arrendevolezza.

Lasciai cascare le braccia dietro lo schienale della sedia. Perché mi sentivo così? Scrivere mi aveva sempre dato piacere e divertimento. Perché ora le mie storie mi lasciavano indifferente?

Mi alzai e iniziai a camminare per la stanza. Non sapevo cosa fare e mi sentivo un idiota. Perché mi trovavo in quello stato? Che cos’era successo dall’ultima volta che mi ero preso una pausa dal trantran quotidiano per mettermi a scrivere? Che cosa c’era stato lì in mezzo? Niente di sconvolgente. Niente di eccitante. Solo la noia di tutti i giorni e le solite cose che facevo. Non era cambiato granché.

Rimanevo invischiato lì, in un spazio interdimensionale, uno spazio tra gli spazi, in mezzo a ciò che avevo vissuto fino a quel momento e ciò che avrei potuto vivere domani, un bivio tra passato e futuro con l’intero presente che mi scivolava addosso come olio pesante da una giara.

Tornai a sedermi sbuffando e provai a rileggere le ultime righe che avevo scritto.

Man mano che riguardavo, mi spingevo sempre più indietro nella storia, come a voler ripartire dall’inizio, a capire da dov’ero passato per giungere fin lì.

Ogni tanto sorridevo intuendo che cosa mi aveva portato a mettere una determinata frase in un ampio periodo oppure scuotevo il capo divertito per le situazioni che avevo descritto.

La storia che avevo inventato mi aveva colpito e la stavo raccontando anche abbastanza bene, però ancora non mi venne in mente come proseguire.

Il tempo passò e tutto ciò che scrissi in quasi due ore fu una mezza paginetta, messa lì giusto per terminare il pensiero che non avevo concluso mesi prima.

Non ero per nulla soddisfatto, però non sapevo che altro fare. Era inutile fissare lo schermo del computer sperando che un’idea pazzesca e geniale mi attraversasse la mente. Che poi, tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare, come dice il proverbio. Tra l’avere un’idea e lo scriverla dentro un romanzo già avviato c’è un abisso a volte.

Il profumo del pranzo iniziò a stuzzicarmi le narici e quando guardai l’orologio vidi che segnava mezzogiorno e un quarto. Mia madre non mi aveva ancora chiamato, o forse io non l’avevo sentita, immerso in un ciclone di pensieri confusi. Controllai anche altri file salvati in memoria. Sempre file di scrittura. Tante altre storie, tanti altri racconti e un paio di romanzi terminati l’anno precedente.

Sorrisi compiaciuto: avevo una marea di cose da proporre alle case editrici, grandi e piccole, ma non ero sicuro che le mie storie sarebbero piaciute. La soddisfazione per aver scritto così tanto e magari così bene svaniva quasi subito pensando alla montagna che si trovava di fronte a me e che avrei dovuto scalare.

Solitamente, quando invii un tuo lavoro che vorresti pubblicare, ti arriva una lettera per posta ordinaria oppure una e-mail con la quale la casa editrice interpellata ti spiega che la tua opera non risponde alle linee editoriali. A volte, se sei fortunato, ti viene anche motivato il rifiuto, ma solo se sei fortunato.

La mia paura era proprio quella: caricarmi di false aspettative, esagerare con le illusioni per poi rimanere deluso da gente cui non fregava niente di me e dei miei sogni. In fondo io, per qualunque casa editrice, non ero né più né meno che uno di tanti sognatori che c’erano in giro.

Ma per me scrivere era molto più che vedere il mio nome in copertina. Per questo avevo paura e continuavo a tenere i miei lavori salvati sull’hard disk del computer senza dire nulla a nessuno.

Sì, il sogno c’era, ma era come l’ultima, la più piccola delle matrioske, nascosta da tutti gli involucri delle altre bambole più grandi.

Continuai a leggere i miei vecchi lavori per un quarto d’ora divertendomi a rivivere a distanza di molto tempo le sensazioni provate mentre scrivevo quelle storie.

Quando mia madre mi chiamò dicendomi che era pronto il pranzo, spensi il computer con una vena di nostalgia per quei bei momenti passati, dopodiché mi alzai e me ne andai nel cucinino.

Mentre chiudevo la porta della mia camera sentii il magone che mi attraversava il petto e provai subito un’immensa voglia di scoppiare a piangere. Mi voltai sospirando; il pensare a tutte quelle storie a tutti quei fiumi di parole mi faceva tornare in mente Simona perché di molto parlavano le decine e decine di racconti e i due romanzi terminati, ma soprattutto di lei, la mia Simona che se n’era andata.

E fuori, in un giorno di cemento, la pioggia continuava a cadere.

(Tratto dal capitolo 5 – PIOVE, “Lupus et agnus“, Raul Londra)

È GIÀ DOMANI

«Stai meglio ora?»

«Sì» rispose con tono serio, ma trattenne ugualmente il sorriso, gli occhi ancora arrossati.

Non era vero ma preferiva farmelo credere per mostrarsi forte ai miei occhi, gli occhi di uno sconosciuto.

«Sono contento per te» replicai imbarazzato, senza sapere che altro dire.

Vanessa mi fece accomodare in cucina offrendomi del tè caldo ai frutti di bosco.

Un po’ scettico, accettai. Non ero mai stato, come sospettava mia madre, un grande amante del tè, ma piuttosto del Jack Daniel’s, che aveva lo stesso colore ma non lo stesso sapore. Sorseggiai lentamente e per la prima volta riuscii ad apprezzare l’aroma di una bevanda che mi scaldava senza bruciarmi la gola e spaccarmi il fegato, come diceva Annamaria. Forse era proprio perché prima non avevo trincato come una spugna.

«Grazie» mi sussurrò Vanessa abbassando lo sguardo sulla tazza di tè che teneva tra le mani.

Non le domandai per cosa mi stesse ringraziando, ma ancora, per l’ennesima volta, non sapendo che dire, rimasi zitto.

«Grazie per avermi aiutato con Giacomo» aggiunse lei. «Quando ci si mette sa essere un vero coglione!»

«Pare di sì» confermai scialbo.

Udii il respiro irregolare di Vanessa nel silenzio più assoluto della casa. Stava per piangere ancora. Mi sporsi verso di lei e le sollevai il volto, come se quella potesse essere l’azione più naturale per me.

«Non piangere, per favore. Ti prego, non piangere. Non serve a niente.»

«Non ci riesco» singhiozzò lei.

«Sei soltanto un po’ spaventata. È normale» provai a spiegarle, nel peggior modo possibile.

«Scusami» fece lei con voce spezzata, quindi si alzò e corse via. Sentii una serratura scattare e pensai che si fosse chiusa in bagno. Mi alzai e passai nel salottino. Mi bloccai lì in piedi, come uno stoccafisso a guardare la porta di legno scuro dietro la quale si era trincerata.

Che gran confusione…

Tutte le certezze di una vita, il sapere che ore sono, che giorno è, quando devi andare a fare la spesa, perché il sole fa crescere le piante, come mai abbiamo un cuore… Non contava più niente di fronte alla situazione di quella sera. Lì era tutta un’incertezza. Una cazzata, ma sembrava sempre più importante.

Diedi un’occhiata all’orologio. Segnava le due meno qualche minuto. Rimasi ancora lì fermo aspettando Vanessa. Lentamente mi accorsi che la stessa forza che mi aveva spinto da lei ora pareva volermi trascinare via, perché lei non era Simona. Ma allora… Allora perché tutto ciò? Perché il giretto in auto prima di riportarla a casa? Perché la mano tesa, nel parcheggio vicino ai capannoni? Perché il tè ai frutti di bosco?

(Tratto dal capitolo 4 – È già domani, “Lupus et agnus“, Raul Londra)

LA PRIGIONE DI VETRO

«Chi sei tu?»

Vedevo soltanto una figura dal profilo femminile in mezzo all’oscurità, illuminata da una sottile aura di luce bianca. Non sapevo dove fossi. Non sapevo chi fossi. Non sapevo perché fossi lì.

Eppure, nonostante tutte quelli incertezze, avevo un certezza che mi faceva dire: “Questo è il posto in cui devo stare!” e cioè, sembrava che mi trovassi lì da tanto tempo, come se da sempre io fossi esistito lì, in quel mondo tutto nero, squarciato da una strana figura luminescente a pochi metri da me.

«Chi sei tu?» ripetei ancora ma la figura mi fissava senza parlare. «Rispondimi!» esortai. Ancora niente.

All’improvviso udii la sua voce, dolce e tranquilla che mi parlava e diceva: «Tu sai chi sono.»

Non era vero. «Non è vero!» gridai. Non lo sapevo, o almeno così credevo.

«Sì che lo sai, e sai anche chi sei tu.» continuò la voce.

Non avevo la più pallida idea di chi fosse quella ragazza; il suo ritratto era tutta l’oscurità che vedevo intorno a me e a lei. Così mi sentivo, come una notte buia senza stelle, né luna, né luce alcuna.

«Tu sei il risultato di tutto ciò che vedi qui.»

«E che cosa vedo?» domandai frustrato.

«Non è quel che vedo io, ciò che tu vedi. Non ti posso rispondere.» la figura rimaneva enigmatica. Non capivo che cosa intendesse con quelle criptiche parole. Dopodiché provai a comprendere. «Se io sono quel che vedo qui, allora perché vedo tutto nero intorno a me ad eccezione di te? Significa che io sono te?»

«Significa che io faccio parte del tuo mondo, l’unica cosa che tu ricordi. Intorno è tutto nero per te perché tu non vedi, non ancora almeno.»

Risultava difficile da capire, però per me sembrava avere un senso. Ora forse mi stavo convincendo di averla già vista in passato, mi stavo convincendo di conoscerla, di sapere chi fosse. E ad un tratto non serviva più che mi convincessi per credere: sapevo chi era.

«Cristina…» mormorai e lei alzò lo sguardo verso di me.

«Conosci il mio nome. E il tuo?» mi domandò sorridendo.

Sembrava strano ma non me lo ricordavo, non ancora. Ed era proprio quella parola a darmi speranza dentro quel bunker nero senza uscite: ancora.

Ancora voleva dire che non mi ricordavo qualcosa che presto avrei ritrovato dentro la mia mente. Ancora significava che non sarei rimasto per sempre un’entità astratta senza identità. No, tra non molto sarei tornato a esistere, ad essere un chi, con un nome, un’età, un sesso, una vita propria, dei ricordi, una realtà.

Realtà. Ma che cos’è in fondo la realtà? Che cos’era in quel momento? Anche quella in cui mi trovavo invischiato con il fantasma di un ricordo e le tenebre intorno, anche quella mi sembrava una realtà.

«Che cos’è reale?» chiesi, ignorando tutti gli altri dubbi, cercando di dare una voce a ciò che mi passava per la mente in quell’istante.

«Qualcosa che noi scegliamo essere tale, suppongo. Ma un’allucinazione, per quanto verosimile possa apparire, è reale? Se la consideriamo tale, credo di sì. Però non lo è, vero?» mi rispose Cristina ammiccando mentre correva dietro al filo dei miei pensieri.

«Allora questa è un’allucinazione?»

«Dipende da come la consideri. Non lo devi chiedere a me, ma a te stesso.»

«Sei nella mia testa?» sbottai e Cristina rise. «Io sono sempre stata nella tua testa. Sono sempre stata qui. Non sono un’allucinazione. Io esisto. Qui e adesso io segui solo la tua spasmodica ricerca della verità.»

«Io devo cercare di trovare qualcosa di reale perché…»

«…in questo modo» fece lei diventando seria: «potresti aggrapparti a quel qualcosa per riconoscere la realtà che lo circonda e tentare di ricordare chi eri.»

Io annuii senza replicare. Aveva ragione, era nella mia testa e probabilmente cercava di aiutarmi, ma io mi vedevo solo sbattere contro un muro di cemento e mattoni, senza capire nulla.

A quel punto lei si avvicinò lentamente a me. La sua luce illuminava tutt’intorno a noi, senza però che io riuscissi a vedere nulla di ciò che ci circondava, neppure il terreno su cui sembrava che poggiassimo i piedi.

“Forse fluttuiamo nell’aria!” pensai e mi sembrò stupido immaginare cose del genere: Cristina era nella mia testa e sentiva i miei pensieri in un modo o nell’altro.

Il mio comportamento era decisamente singolare, o forse no. Mettevo da parte tutto ciò che di inconsueto mi appariva per addentrarmi in una fitta giungla di mistero alla ricerca della verità.

Rimasi immobile a fissare la sagoma bianca di Cristina che stava a mezzo metro da me e mi osservava. Potevo scorgere i suoi occhi verdi che mi studiavano divertiti, i folti capelli ramati, tutti ricci e l’espressione gioviale che mi faceva sentire in pace. “Lei non è un’allucinazione, perciò è reale.” Riflettei. “E se lei è reale, lo sarà anche tutto il mondo che la circonda e…”

Cristina fece un cenno col capo. «…sì. Se trovi la realtà che gravita intorno a me, troverai anche te stesso perché ne fai parte.»

«Esatto.» confermai. «Ma io non ricordo nulla di tutto il mio passato.»

«Nemmeno come ti chiami?» domandò lei.

«No. Ma tu sai chi sono e conosci il mio nome!»

«Sì, so chi sei e conosco il tuo nome.» ripeté lei. La mia espressione sollevata durò un istante. «Ma non te lo dirò.»

«Perché no?» ero furioso e tutta la rabbia e la frustrazione che avevo in corpo uscirono violentemente in quelle due parole, con quella domanda: perché no?

Cristina non disse nulla e il suo volto divenne triste.

«Dovrei arrivarci da solo?» chiesi calmandomi.

Lei annuì e io sbuffai contrariato. Come poteva farmi quello? Aveva la risposta lì, a portata di mano e non me la confidava. Sapeva chi ero, conosceva il mio nome e non mi rivelava nulla. «Perché mi abbandoni senza la risposta che cerco?»

«Io non ti ho abbandonato.» disse Cristina sorridendo ancora, eppure io vedevo un velo di tristezza in quel volto. «Io sono l’unica che sia sempre rimasta con te. E sono qui ancora adesso.»

(Tratto dal racconto LA PRIGIONE DI VETRO, “Memorabilia – Storie di un mondo invisibile“, Raul Londra)

ECHO

Era il pomeriggio inoltrato di una bella domenica soleggiata d’agosto quando Giorgio si svegliò con il mal di testa. Alcuni raggi di sole filtravano dalle persiane chiuse della sua camera da letto e lo infastidivano.

Si alzò e fece un giro per casa. Fin dalla mattina l’emicrania lo aveva tormentato, ma almeno per ora si era un po’ calmata, senza però dar segno di volerlo lasciare in pace. Eppure aveva sognato qualcosa di bello: un bel sogno non avrebbe dovuto renderlo felice, forse?

Come al solito, dopo un sogno, ecco di nuovo la sua desertica nuova realtà. Nulla era cambiato dal giorno prima, nulla sarebbe cambiato il giorno dopo: solo Silvia c’era a rendergli meno odiosa un’esistenza del tutto incolore, nemmeno grigia.

Pensò alla ragazza così intensamente che perse la cognizione del tempo e si scordò addirittura il mal di testa. Quant’era bella! No, bella era ancora dir poco. Lei era molto di più che bella, era stupenda, no, divina, no… non esistevano parole umane per descriverla. Un altro non avrebbe mai capito quello che provava.

Giorgio respirò a fondo. Chiuse gli occhi. Li riaprì.

Eccola lì, proprio davanti a lui. Ma possibile che fosse lei? Fino a un attimo prima non c’era, la casa era deserta. No, non poteva essere un sogno. Era lì, davanti a lui, in carne ed ossa.

Che stupido, si disse, e rise: non c’era nessuno, solo un film della sua mente. L’aveva vista così tante volte che ora riusciva pure ad immaginarsela.

La fissò ammorbidendo lo sguardo che si fece ben presto umido. Tentò di riempire il silenzio martellante con qualche parola ma non riuscì a pronunciare che bisbigli soffocati in gola.

Silvia stava ancora lì, di fronte e lo fissava sorridendo. Giorgio tese in avanti la mano per accarezzarle la guancia ma tutto svanì, lo schermo si fece nero e si udì dalla cucina un trillo di telefono.

(Tratto dal racconto ECHO, “Memorabilia – Storie di un mondo invisibile“, Raul Londra)

EPISTULA II

Ciao Delta,

ho letta la tua lunga lettera, decisamente migliore di quelle che io ti avevo scritto anni fa, impastate di sentimento adolescenziale e nulla più. Mi sono fermato a riflettere. Amo molto riflettere, specie in queste situazioni.

Ero nervoso ed eccitato al tempo stesso alla fine e mi sembrava di aver fatto una lunga corsa. E forse un po’ ho corso per mettermi al passo scorrendo un trascorso di molti anni in quattro sole pagine. Quante cose hai fatto nella tua vita! Quante esperienze hai affrontato in soli diciannove anni! Quanto sei diventata grande!

Parlare così mi fa sembrare un fratello più grande che si preoccupa per te, ma in realtà mi sento un piccolo borghesuccio ottocentesco, tutto intento nei suoi affari di città e nella sua famiglia, e forse un po’ lo sono anche.

Ricordo ancora le prime volte in cui tentavo di scrivere lettere che fossero indirizzate a te o ad una destinataria immaginaria. Le prime parole erano sempre le stesse: si fa fatica a scrivere con il computer perché rende qualsiasi cosa impersonale. Ogni lettera, ogni frase, ogni pensiero, passa attraverso il vaglio critico della ragione logica di una macchina, incapace di provare sentimenti, incapace di discernere una situazione oltre un certo limite di evidenze.

Eppure in tanto tempo ho imparato tante cose.

Ho imparato a prevedere le conseguenze delle mie azioni e anche l’avvenire, ho imparato a conoscere davvero le persone, ho imparato a non fidare molto nel destino perché non mi piace l’idea di non poter gestire il mio futuro. Eh sì, alla fin fine ho imparato anche a scrivere con il computer.

Una cosa che non ho ancora imparato invece è: controllare i sentimenti fino in fondo. I sentimenti sono quelle cose che fanno strage nell’anima di una persona, sono quegli enti astratti che hanno sempre in mano la vittoria alla fine di qualsiasi guerra, sono quell’esercito di mantelli rossi che può farci vincere una battaglia se siamo schierati con loro e che ci sconfigge se siamo contro.

Perciò non preoccuparti se noterai poco filo logico in questa lettera: la colpa è dei sentimenti.

Percepisco qualcosa dentro, qualcosa provato in passato pochissime volte, qualcosa che mi sconvolge e ruggisce come un leone feroce, qualcosa che non mi permette di essere me stesso.

Questo nonostante io appaia spesso quanto mai austero e cinico. Fa sempre parte della mia natura. Io voglio mostrarmi così per dare un’immagine solida cui una persona possa aggrapparsi. Non sopporto i ragazzi o gli uomini che piangono, ma quante volte mi sono visto in lacrime per amore, dolore, nostalgia. Niente di ciò tuttavia ho mai mostrato o condiviso con gli altri perché queste sono cose da donare a persone speciali.

Sono asociale, è vero. Ma forse lo sono non per esclusiva volontà mia. È possibile che io lo sia diventato a causa del mio essere un po’ borghesuccio ottocentesco, o magari anche a causa dell’ambiente che mi ha sempre circondato negli ultimi cinque anni.

Al liceo la vita scorre tutta uguale e se non fai qualcosa per cambiarla, finisce che ti soverchia: o resisti stoicamente, oppure soccombi. Queste sono le uniche due soluzioni.

Io ho resistito perché sono nato per resistere fino alla fine. Gli amici, quelli che credevo veri, anch’io li ho persi per strada ma ho conosciuto qualche nuova persona, scelta accuratamente tra lo schieramento di gente che la vita ogni giorno mi sottopone. In compenso è cresciuto il novero dei miei nemici, ma un gruppo di nemici tra i peggiori che la vita stessa potesse riservarmi: gli ipocriti.

Ogni giorno, svegliarsi con il magone per la scuola, per i compagni e le compagne, arrivare al liceo, litigare, non andare mai d’accordo con nessuno, estraniarsi dalla vita liceale per non incappare in quegli incidenti di percorso che puntualmente si presentavano sulla mia via.

Oggi è quasi tutto finito.

(Tratto da EPISTULA II, “Memorabilia – Storie di un mondo invisibile“, Raul Londra)

EPISTULA I

L’estate del 2007 ho incontrato Fabrizio. Ci siamo conosciuti in una delle rare sere in cui avevo deciso di uscire e ci innamorammo. Era capitato così in fretta, così all’improvviso che ancora adesso non ci credo. Parlammo una notte intera e parlammo di tutto. Ci eravamo trovati.

Abbiamo e abbiamo sempre avuto la stessa idea di rapporto: un rapporto dolce e delicato, puro eppure passionale. Ho abbracciato fino in fondo con lui, cosa che forse non dovrei raccontarti, la gioia di condividere rapporti intimi. A scuola non ero mai andata così bene, vinsi una borsa di studio privata, vinsi un concorso con un disegno: mi sentivo realizzata.

Spesso le serate trascorrevano al suono della chitarra o del basso di Fabrizio, mentre io disegnavo, scrivevo, leggevo. Si può immaginare un’atmosfera migliore? No. Almeno ai miei occhi.

Arrivò un’altra estate. Volevo andare a vivere con Fabrizio. La decisione era nata quasi come un’evoluzione della relazione, un passo ovvio. Riuscii a convincere mia madre, mio padre e chiunque altro obiettasse che eravamo due persone votate alla razionalità. In parole povere esplicitai che, se le cose si fossero messe male fra noi, lo avremmo affrontato con maturità.

Ora siamo qui. Dalla fine di questo piccolo resoconto è trascorso un altro anno. Mi sono candidata come rappresentante d’istituto e ho vinto, con l’appoggio degli studenti seri che mi sanno parte di loro, ma anche dei tipici buoni a nulla, che vedono in me una qualche idealizzazione della loro voglia di libertà.

Sento di conoscermi, sento di poter arrivare, con le dita della mia consapevolezza, a toccare i miei confini. Ora comprendo quanto sono stata vicina a perdermi e quanto, fortunatamente, sono stata in grado di cambiare e crescere.

A questo punto posso quasi leggere nel tuo sguardo la domanda, proprio quella domanda. “E io?”

Tu sei stato una bella cotta. Mi piacevi molto e nel mio goffo modo di relazionarmi, di farti comprendere come mi interessavi, chissà che cosa ti ho messo in testa. Sai perché? Perché sei una persona intelligente, qualità che reputo molto importante. Sei generoso, anche se neanche tu lo sai. Sei pieno di talento, spero questo tu lo sappia.

Ora, comunque, sono molto contenta di averti incontrato, seppure in modo virtuale. Perché sei stato una persona che ho stimato e rispettato, ti ho sentito affine anche se distante anni luce da ciò che sono io. Sono folle tanto tu sei posato, sono fragile tanto tu sai contenere il tuo dolore dentro di te senza crollare, sono impulsiva tanto tu sei riflessivo: una così esplicita differenza non può che creare qualcosa di durevole! Questa volta vediamo di rimanere amici.

Ti voglio bene Raul.

Delta (da quanto tempo non lo usavo più…)

Tratto da EPISTULA I, Memorabilia – Storie di un mondo invisibile“, Raul Londra)

MEDEA

Stesa sul talamo nuziale, a fianco il marito Giasone, Medea fissava il soffitto della camera.

La luce della luna risplendeva fuori dalla finestra.

La donna si levò. Gettò uno sguardo all’amore del suo passato, ormai sfigurato e si approssimò al balcone. Grande e bianco, il volto pieno della luna si prendeva gioco della grande maga della Colchide in rovina. Il grande cerchio della notte sembrava ridere della sconvolgente situazione di Medea.

«Glauce! Chi è questa… questa…» e non riusciva a trovare parole. La figlia di Creonte, signore di Corinto, l’indomani avrebbe maritato il suo Giasone.

L’aveva aiutato a recuperare il vello d’oro. L’aveva salvato dall’ira di suo padre, il re colco Eete. L’aveva amato più della sua stessa vita. Per lui aveva ucciso e fatto a pezzi suo fratello Absirto, sangue del proprio sangue, sgretolando i legami tribali che la legavano alla sua terra e alla sua famiglia.

Questa fu Medea, la grande Medea, in preda alla passione travolgente dell’amore.

Ora chi poteva dire di essere? O meglio, che cosa poteva dire di essere? Meno di una donna. Neppure una persona pari alle altre. Una barbara, straniera in terra straniera. Un oggetto da gettare via.

Il mattino avrebbe portato a Medea epitalami, infauste liriche d’amore e poi tutto sarebbe cessato. Lei non sarebbe più stata la moglie di Giasone, ma solo l’amante, secondo una consuetudine greca che permetteva una poligamia alquanto libera per i cittadini della polis.

Avrebbe perso ogni cosa e insieme l’amore di un uomo che era tutta la sua vita. E per cosa? Per vani sogni di gloria di un mortale che avrebbero lasciato nient’altro che polvere dietro di sé?

Questa non poteva essere Medea.

Alzò gli occhi scuri verso la luna e cercò una risposta dalla signora della notte ma non accadde nulla.

Abbassò il volto Medea e appoggiò le mani al corrimano di pietra del balcone. Un singhiozzo debole. Caddero solo poche lacrime, le ultime forse le uniche che quell’infelice sventurata poteva versare. Null’altro. Niente più per un uomo che aveva smarrito l’amore.

Tornò a stendersi sul letto. Giasone dormiva placidamente, ignaro di ogni cosa. Nella stanza a fianco c’erano i bambini, i loro due figli. Lei poteva quasi sentirli respirare dolcemente. Pensò e ripensò a loro, quei due meravigliosi raggi di sole…

…i bambini… anche loro…

Medea si addormentò e il suo sonno fu molto agitato.

Sognò sempre il medesimo, irreale ritratto della sua triste esistenza: Giasone, i loro figli, Glauce, Creonte, Absirto ormai nell’Ade, Eete, Corinto e la Colchide. Perché aveva lasciato la terra patria per fuggire con un uomo? Perché era caduta nella ragnatela dell’amore? Domande futili. Ora era troppo tardi.

(Tratto dal racconto MEDEA, “Memorabilia – Storie di un mondo invisibile”, Raul Londra)