INCONTRI RAVVICINATI DEL QUARTO TIPO

Ci sto riflettendo in questi giorni. È una sorta di vocina che mi sussurra una domanda nella mente e non smette. Anzi, continua. Sempre più forte, sempre più ravvicinata, a tal punto che devo smettere di ignorarla.
La domanda, apparentemente semplice, diventa complicata quando devo fermarmi a riflettere per dare una risposta soddisfacente.

Perché scrivo? Già, perché scrivo? Qual è il motore immobile, il primum movens che mi spinge a sedermi al computer, aprire un foglio elettronico, attendere che il cursore lampeggi sulla pagina e dal mio cervello inizino a fluire parole come un fiume in piena che le dita, correndo velocemente sulla tastiera, possono trasformare in una storia?
Le risposte, come ho letto diverse volte in giro, sul web, sui libri, sui quotidiani, parlando con altri scrittori o aspiranti tali, sono molteplici. C’è chi scrive per fare soldi, chi per farsi conoscere, chi per comunicare qualcosa, chi per imparare e chi, come me, per se stesso e per raccontare una storia.

Potrei dire che sia questa la motivazione fondamentale: scrivere perché mi da piacere e perché voglio raccontare, come i grandi narratori americani che, spesso e volentieri, per alleggerire un contenuto eccessivamente pesante da digerire lo infilavano in un racconto che trasformava tutto in qualcosa di più godibile, ma per questo non meno pregno di significato.
Potrei anche dire che è una droga, la scrittura. Che scrivo perché non posso più smettere, perché devo creare un mondo nuovo, laddove il mio, il nostro è brutto e lacunoso. E devo modificare la mia creazione come una sorta di Demiurgo che plasma la materia sulla base di idee tutte proprie.

Tuttavia, in mezzo a questa specie di categorizzazione, sul limitare di una risposta che cerco da molto tempo alla domanda, voglio anche raccontarvi una cosa che in questi giorni più che in altre occasioni mi ha fatto riflettere.
Poco prima di Natale, un fidato amico libraio mi ha invitato nella sua libreria per un firma copie con i miei libri esposti su un banchetto. So come funzionano questi “appuntamenti” per scrittori alle prime armi o sconosciuti come me. Ti metti a fare il palo e attendi che qualche sventurato acquirente entri, si faccia infinocchiare da te e compri il/i tuo/tuoi libro/libri.
Come ho già detto e ripetuto in molte occasioni, un libro che è poco conosciuto, scritto da un autore poco famoso e pubblicato da una piccola casa editrice non è sinonimo di lavoro scadenze. Anzi, molto spesso tra le fila della microeditoria si celano scrittori di grande talento che hanno la sola “colpa” di non essere pubblicati da editori più famosi e di ampio richiamo.
Comunque, detto questo, mi preparo, estraggo tutti il mio materiale, dispongo i libri i bell’ordine, mi metto un cartellino identificativo con su scritto il mio nome e “scrittore” stampato a caratteri cubitali lì sotto, quindi dispongo qualche work in progress e segnalibri. Dopodiché attendo.
Ad eccezione di quelle persone che entrano nella libreria per ritirare libri già prenotati e che non mi degnano di uno sguardo, quasi fossi un appestato scappato dal lazzaretto, nel negozio compaiono anche altri potenziali acquirenti, apparentemente indecisi, alla ricerca di un regalo.
A più riprese sento il mio amico libraio e sua moglie che consigliano questi clienti con una marea di titoli differenti, senza però riuscire a centrare il bersaglio. Alla fine, presi quasi per disperazione, fanno cenno a me, dicendo che c’è anche uno scrittore, che se vogliono possono farsi raccontare la trama dei miei libri e capire se sono interessati.
Improvvisamente io, appestato, entro nel campo visivo. Il mostro finalmente si palesa. Loro mi ascoltano, storcono la bocca e il naso di fronte ai titoli in latino, non si sprecano più di tanto a dare ascolto ai temi delle mie storie e con una scossa del capo mi dicono, per la maggior parte, che non sono interessati, che sembrano letture pesanti, che magari torneranno un’altra volta, tanto il libraio i miei libri li ha sempre. Salutano e se ne vanno.
Quindi entra un’altra signora, che mi dice dall’alto della sua esperienza, denigrando il mio lavoro, che i libri dovrebbero parlare da soli, che io lì in libreria non dovrei esserci e quando inizio, dietro sua richiesta a spiegarle di cosa parlano, le smorfie di disgusto quasi mi spingono a dirle che non è obbligata ad acquistare i miei libri, se proprio non le piacciono.
Infine, apoteosi, arriva un’altra potenziale acquirente che, appena prova a leggere il titolo del mio ultimo libro “Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta” incespicando nella pronuncia, indispettita e al limite della blasfemia, si allontana quando le dico che è latino, che si tratta di un mottetto di Seneca e che significa “rivendica il tuo diritto su te stesso”.
A questo punto, arrabbiato e deluso per il comportamento di questa donna, mi fingo disinteressato, metto su la peggior maschera d’indifferenza e faccio come se lei non ci fosse. Alla fine, dato che la suddetta donna non trovava nulla da comprare, si è decisa a lasciarsi “spiegare” di cosa parlassero i miei libri e si è gettata come un bulldog su una braciola sull’ultimo, sopra citato, che era il meno costoso.
Ha pagato, si è fatta fare l’autografo ed è uscita ringraziandomi.

Ora, io non faccio lo schizzinoso e neppure il saccente o superiore, ma una cosa mi sfugge. Nessuna, e sottolineo, nessuna persona ha dato un’occhiata ai miei libri, nessuna li ha neppure sfiorati, ne ha letto qualche passo, che per l’occasione avevo preparato. Nessuna si è fatta conquistare da uno scrittore sconosciuto. E chiunque potrebbe muovermi la critica che io non so vendermi, ma la realtà è che forse non ci sono lettori abbastanza interessati. O forse non ci sono abbastanza lettori al mondo. Non mi so rispondere. Non posso arrivare a una constatazione riguardo a ciò che mi è capitato basandomi su un campione di dati così esiguo, però vedo anche che di gente che entra in libreria interessata a leggere qualcosa di bello e nuovo che non sia sempre e solo quel tale autore famoso che si vende da solo, non ce n’è ed è dannatamente difficile trovare persone che vogliano ascoltare ciò che hai da dire. O come nel mio caso, che hai da scrivere.

Allora, torniamo alla domanda dell’inizio: perché scrivo? Ancora non riesco a darmi una risposta, però allo stesso tempo mi viene quasi da pensare con disperazione che potrei semplicemente appendere la penna al chiodo e smettere perché se le mie storie, i miei racconti bastano solo a me, nella mia testa, per quale motivo dovrei continuare e sprecare ore e ore del mio tempo, della mia vita, se non avrò mai nessuno che vorrà conoscere ciò che ho da scrivere?

LA GUERRE EN PLEIN PARIS

“È tutto così miserabile”. Questo dice Vito Corleone ne Il Padrino. Mi sembra una frase calzante per questi giorni. Magari è limitativa, ma quantomeno opportuna. Sì, decisamente. Miserabile è ciò che ha fatto l’ISIS, che rivendica gli attentati a Parigi, dove più di centoventi persone hanno perso la vita. Miserabile è una parte di Francia, che in preda all’orrore e all’odio, reagisce di pancia, dichiarando guerra e lasciando che Hollande chiuda le frontiere. Miserabile è la Russia, che segue l’onda degli “amici” transalpini. Magari miserabile saranno gli USA se ricominceranno a essere parte attiva anche in questo conflitto. Ma probabilmente è questo che devono essere i capi. Saper prendere decisioni scomode in momenti difficili.

“La guerra in piena Parigi”. Questo titola un giornale di cui ora mi sfugge il nome. Eppure non si è sentito nessuno urlare allo scandalo e scendere in piazza per molte altre cose. In questi stessi giorni ci sono stati attacchi terroristici in Libano e a Baghdad, così come sono morte persone per un terremoto in Giappone e per un uragano in Messico. E prima di oggi, tante altre cose sono successe. Forse la gente si è già scordata di “Je suis Chiarlie”, di Charlie Hebdo e tutto il resto.
C’è chi liquiderebbe la questione con un semplice “c’est la vie”, giusto per rimanere in tema. Io, sebbene non parli la lingua dei cugini d’oltralpe, direi “sont des hommes”, sono gli uomini. Non in tutti i casi, ma in molti sì. E non mi dilungo oltre, in questa faccenda. Non ho sufficienti elementi per giudicare o per tirare conclusioni. Le mie sarebbero opinioni affrettate, forse opinioni di un clown, alla stregua di quelle scritte da Heinrich Böll. Vorrei invece concentrarmi su un’altra cosa che, certamente, conosco meglio.

Che cosa ho provato venerdì sera quando, di ritorno da una piacevole serata di letture, ho sentito degli attentati di Parigi al telegiornale? C’è chi potrebbe dire: nulla. Chi risponderebbe: odio. Altri: sgomento. Altri ancora: disperazione.
Mentre mi infilavo sotto le coperte, prima di addormentarmi, le uniche due sensazioni che ho provato sono state: smarrimento e solitudine. Qualcosa di molto più acuto e penetrante che in altre occasioni. Qualcosa che, sebbene così lontano e rivolto a persone che non conosco, mi ha catturato e mi ha messo con le spalle al muro. L’unica cosa che volevo fare in quel momento era abbracciare. Abbracciare qualcuno a cui volessi bene. Ed esserne abbracciato. Quello era realmente ciò che desiderasi, l’unica cosa che contasse, la sola azione degna di nota in quel frangente.
Per mia sfortuna ero solo, perciò ho dovuto tenermi compagnia leggendo un libro, eppure, anche oggi, a quattro giorni di distanza, sebbene la ferita di queste vicende sia ancora recente e sanguinante, non posso fare a meno di pensare che l’abbraccio potrebbe essere la risposta a questo mio senso di perdizione, a ciò che provo e che mi sconvolge, che mi fa traballare.

Vorrei che tutto, tutti i problemi del mondo potessero essere risolti in questo modo, ma come dicevo prima, le mie sono idee assurde, forse addirittura stupide e di certo cadranno nel vuoto. Tuttavia ciò che sento dentro rimane e le mie braccia restano aperte.

TRUE STORY – SARÒ UN INCAPACE, MA NON SONO SCEMO

L’inizio della storia certamente lo conoscete tutti. E forse anche gran parte dello svolgimento. Sul finale, mi riservo di tenervi un po’ sulle spine.

So che queste mie parole non cambieranno la situazione che io e altri colleghi (sì, per una volta voglio essere sfacciato e designarci come categoria) ci troviamo ad affrontare, però mettere nero su bianco qualcosa che continuamente si ripete nelle vite di decine di migliaia di persone in Italia farà sentire meglio me e, forse, un po’ meno soli gli altri.

Mi chiamo Raul Londra, nome curioso, che magari può sembrare d’arte, ma non lo è. Sulla carta d’identità campeggiano proprio queste due parole. Forse qualcuno delle persone che segue la mia pagina, Writers’ corner, su Facebook o che tiene d’occhio il mio profilo Twitter, si ricorderà vagamente…

Per farla breve, sono a un passo dai venticinque anni, studio medicina e nel tempo libero scrivo. Mi piace leggere, suonare la chitarra, ascoltare musica e guardare film.

No, non preoccupatevi: queste non sono le info che trovate su un sito per appuntamenti. Servono giusto per fare un po’ il punto della questione e per porre l’accento sul fatto che io scrivo per hobby, nonostante adori alla follia questa mia necessità, e non sia un autore per lavoro.

Ho cominciato a scrivere all’età di 12 anni, quando frequentavo le medie. La faccenda è cominciata con un compagno che scribacchiava su un quadernetto storie umoristiche di pessimo gusto sulla nostra classe ed io, per non essere da meno, mi sono cimentato in qualcosa per negli anni successivi si sarebbe trasformato in una droga.

Detto questo, svelo subito anche una parte dello svolgimento della storia: ho pubblicato. Già, ho avuto la fortuna di vedere il mio nome stampato sulle copertine di ben tre libri e inserito accanto al titolo di quattro racconti che circolano o circoleranno sul web. Sono stato fortunato, devo ammetterlo. Una piccola casa editrice che non chiedeva contributi per la pubblicazione mi ha contattato dopo alcuni mesi da che avevo spedito il mio primo libro e mi ha offerto un contratto di pubblicazione. Poi, l’anno successivo ne è arrivato un altro, di contratto. E poi un terzo.

Con queste persone ho pubblicato due antologie di racconti e un romanzo: Memorabilia, Lupus et agnus e Vindica te tibi. Titoli un po’ classicheggianti, retaggio liceale che soltanto di recente sono un po’ riuscito a limare. Non richiamano molto, lo so. Copertine, spero darete loro un’occhiata, piuttosto cupe e non molto di richiamo, forse per i gusti di alcuni.

Fatto sta che io accettai di intraprendere questa collaborazione ben quattro anni fa, nell’agosto del 2011, per poi vedere il mio primo libri pubblicato a maggio 2012. Fu una bella soddisfazione, non lo nego. Organizzammo una presentazione in una libreria vicino al mio paese e poi mi detti da fare per chiedere un permesso alla biblioteca comunale. Inutile dire che tutto andò ben oltre le più rosee aspettative dei miei editori, ma per me non era abbastanza.

Nei due anni successivi, con gli altri due libri, il boom non si ripeté. Le vendite calarono, il pubblico diminuì e le fiere non richiamarono più così tanta gente. Risultato: pieno di speranze, inviai il mio quarto libro al suddetto editore, dopo averne contattati altri, e la risposta fu che i miei libri vendevano poco, motivo per cui la casa editrice non poteva permettersi di pubblicarmi ancora.

Rimasi interdetto. Da un punto squisitamente economico, capivo. Non puoi spendere soldi se non hai guadagni. Non puoi investire se non ricavi nulla dall’investimento precedente. Logica ineccepibile, e va bene. Ma io?, mi chiesi. Che centravo io con tutto questo?

Cercai di darmi più volte una risposta decente e più volte fallii. Provai a pensare come avrebbero pensato i miei editori e infine parlai direttamente con loro per comprendere il motivo per cui le vendite scarseggiassero e i miei libri non richiamassero più, o forse non avessero mai richiamato, i clienti. Be’, loro non me lo dissero esplicitamente, ma io lo intuii. La morale della favola dello scrittore che pubblica è semplice: se nessuno conosce il tuo libro, nessuno lo comprerà mai. Logica ineccepibile, e va bene. Ciononostante la domanda mi sorse nuovamente spontanea. Ma io?, mi chiesi. Che centravo io con tutto questo? Detto fuori dai denti, come sentii dire da un altro editore conosciuto di persona: lo scrittore deve scrivere, mentre la casa editrice deve pubblicare, distribuire e promuovere i libri al fine di venderli. Ognuno ha il proprio lavoro.

La fregatura sta nel fatto che i piccoli e medi editori, con contratti standard del cazzo (perdonate il francesismo), se ne sbattono bellamente di pubblicità e distribuzione: per dirne una, il mio editore non distribuisce, ma spedisce su ordine, checché ne dica lui. Inoltre non pubblicizza, se non portando il mio ultimo libro uscito (poche copie, in effetti) sopra uno dei banconi del loro stand durante le fiere della media e piccola editoria cui partecipa.

Quindi, detto questo, provate a immaginare quante copie del mio libro potrebbero essere acquistate dai clienti. Il numero è ridicolo.

Altra proposta fatta direttamente dall’editore è stata: fai il firma-copie nelle librerie. Ora, per chi non lo sapesse, il firma-copie consiste nel mettersi in un angolo della libreria in questione, con un proprio banchetto e dopo una presentazione, un incontro sul suddetto libro o anche semplicemente per passare qualche ora con i lettori, mentre loro sborsano quattrini (a volte anche troppi) per acquistare il libro, tu, con un sorrisone a sessantaquattro denti stampato in volto, firmi con la tua bella stilografica (se ne hai una) la prima pagina bianca del volume che loro hanno appena comprato.

Tutto bello se non fosse che le librerie disponibili, a volte, dopo un paio di pomeriggi di spediscono via, facendoti capire che non è aria e, secondariamente, non puoi obbligare un cliente ad acquistare qualcosa che non desidera. Il cliente ha sempre ragione.

Ennesima proposta dell’editore: vieni in fiera con noi. Certo! Subitissimo! Se mi stipendi tu e mi dai un fisso al mese, spese e alloggio compresi, allora vengo di corsa! Mi domando se gli editori abbiano idea che cosa significhi per uno che scrive per hobby farsi su e giù per l’Italia per inseguire loro e sperare in un week end di piazzare almeno sei o sette compie di un libro ad altrettanti acquirenti poco interessati. Insomma, può andar bene se decidi di investire il tuo tempo e i tuoi soldi in questa iniziativa privata e per nulla sostenuta da qualcuno, ma in caso contrario…

Per farla breve, in qualunque caso caschi male e tu, scrittore alle prime armi, sei abbandonato a te stesso. Ora sono stato conciso, citando i fatti che più mi sono sembrati significativi, ma sono certo che se mi sforzassi, troverei qualche altro sassolino nelle mie scarpe.

Perché dico tutto questo? Non certo per dissuadere dai loro propositi tanti buoni scrittori alle prime armi come me che altrimenti si taglierebbero tutte le vene che hanno in corpo lasciando da parte la loro grande passione. No, come ho specificato all’inizio, lo faccio per rendere note alcune cose che ai profani paiono cavolate o bufale inventate di sana pianta.

L’editoria non è un mondo tutto rose e fiori e per scrivere un libro, di qualunque cosa si tratti, non è sufficiente sapere mettere insieme qualche migliaio di parole e contattare un editore compiacente come quelli a pagamento. Scrivere un libro è molto di più e tante persone, me compreso, lo fanno soprattutto per stare meglio con se stesse. Io scrivo per il mio divertimento personale, per sentirmi grande e per fare qualcosa che migliorerebbe il mio mondo e la mia giornata. Gli altri non lo so. Forse per la stessa ragione.

Ma tutte queste vane parole, scritte per essere presto dimenticate e spese per non cambiare nulla della frustrante situazione dell’editoria italiana e dei fenomeni momentanei che lasciano il tempo che trovano, le ho messe insieme perché sono triste e sconsolato. Sono deluso dallo status quo dell’editoria italiana che ha stuprato e quasi ucciso l’ars letteraria, che ha fatto proliferare come tanti batteri scrittori che non meritano, marci pensatori liberi che sono eruditi e non colti e personaggi new age che al solo sentirne il nome mi viene il voltastomaco.

Scrivo da metà della mia vita e certamente ho passato anni a buttare giù porcherie, ma oggi, a furia di leggere e di esercitarmi con costanza, sono migliorato. Sono diventato uno scrittore diverso e forse più maturo di un tempo. Ho consapevolezza di ciò che scrivo e del perché lo scrivo, di ciò che voglio dire e per chi lo sto dicendo. Forse queste non saranno considerazioni necessarie per fare di me un autore famoso o che pubblicherà best-sellers, non mi faranno diventare una persona migliore ma di certo mi aiutano a non perdere la bussola, a non commercializzarmi, a non rovinare ciò che di bello c’era nello scrivere. Come ho detto più su, nel titolo, come scrittore sarò anche un incapace, a quanto pare agli editori, ma non sono scemo. Puoi portare in giro una pecora con l’anello al naso quanto tempo vuoi, ma quando ti trovi davanti un gregge e non hai il tuo fido cane da pastore, è tutta un’altra faccenda.

ANCORA UNA RIPRESA – Quando mettere la parola fine

Si parla di fortuite coincidenze. In effetti, è trascorso più di un anno e mezzo da quando è stata fatta circolare la notizia circa l’ennesimo capitolo della saga del pugile Rocky Balboa, il mancino stallone italiano interpretato da Sylvester Stallone. Tuttavia, solo pochi giorni fa sono venuto a conoscenza di questa novità. E detto questo, mi è venuto naturale pensare a un parallelo. Tra pugilato e scrittura? Che diavolo ha in mente questo qui? È matto, per caso?

Be’, non proprio. Ne “La verità sul caso Harry Quebert” di Jöel Dicker, questo parallelo è stato associato dallo scrittore svizzero lungo tutto il romanzo con sapiente maestria e forse con un pizzico di sfrontatezza, visto che si è più soliti paragonare la parola alla spada. Ferisce di più, a quanto dicono. La penna, intendo.

Ad ogni modo, il parallelo non è con la boxe, quanto con la voglia, o meglio, la volontà di smettere. E non mi riferisco al chiudere per sempre il rubinetto delle idee o allo smorzare il pizzicore della passione che spinge uno scrittore a scrivere, bensì mi rifaccio a quella malsana, vetusta, inveterata e forse anche un po’ sbagliata concezione che ogni autore, dilettante o meno, può aver fatto propria, almeno per una volta nella propria vita. Quando si mette la parola fine?

Già, lo chiedo anche a voi. Quando si mette la parola fine? In una storia, di qualunque tipo essa sia, quando si mette la parola fine?

Non sono qui per spingervi a seguirmi, come fossi un “predicatore del cavolo che vi parla dell’Inferno e del Paradiso”. Non voglio darvi falsi o opinabili modelli letterari da seguire, poiché, grazie al cielo, in letteratura, quasi tutto è opinabile, salvo forse la grammatica, la consecutio temporum, la struttura della frase, etc. etc. Sono qui, al contrario per farvi riflettere su questo aspetto, questo morbo che affligge lo scrittore, presto o tardi. Così come la “sindrome della pagina bianca”, di cui parla Dicker nel suo romanzo, il “blocco dello scrittore” o “blocco dell’artista”, reinterpretato in chiave musicale nella traccia “Wither” dell’album “Black clouds & silver linings” dei Dream Theater, band progressive metal statunitense, allo stesso modo la “malattia dell’incompiuto” affligge anche i più grandi. Ne fece le spese Ludovico Ariosto, le cui edizioni dell’Orlando furioso furono ben tre. Fu contagiato Torquato Tasso che trasformò, a causa dell’ossessivo pensiero che la sua opera non fosse sufficientemente pura, la “Gerusalemme liberata” nella “Gerusalemme conquistata”. Altro esempio fu Alessandro Manzoni che, prima di regalarci il suo memorabile capolavoro “I promessi sposi”, passò per il “Fermo e Lucia”, la “Ventisettana” e la “Quarantana”.

Questa mia non vuole essere una critica a questi artisti dell’empireo letterario. Non mi permetterei mai. Non ne avrei nemmeno le competenze tecniche. Io, semplicemente, da artigiano della scrittura, come detto poc’anzi, voglio spingere i lettori e gli scrittori soprattutto, a pensare. Insomma, quando dire basta? Quando capire se un’opera è completa? Quando poterla accantonare e finalmente dedicarsi ad altro senza continuamente, ossessivamente, proseguire con l’inseguimento di una chimera?

Forse la mia è una caccia alle streghe, ma la cosa peggiore di una caccia alle streghe, come ho sentito dire, è una strega, una strega vera, in carne e ossa che sta di fronte ai nostri occhi. Molto spesso, infatti, mi è capitato di sentire persone che scrivono, non necessariamente scrittori, che non sanno come, quando o perché fermare una storia. Non sanno dove andare a mettere la parola fine. Non sanno proprio quando metterla! M’infilo anch’io nella schiera di questi compositori di storie infinite, perché tra i miei lavori, ce ne sono alcuni, ancora incompiuti, che mai verranno terminati, proprio perché non ho saputo mettere la parola fine.

Con il passare degli anni, tramite la lettura e la scrittura, due esercizi indispensabili per chi vuole scrivere anche solo per diletto, ho capito che ci sono due modi per riuscire a compiere questo difficile eppure indispensabile atto, tralasciando ovviamente il perfezionismo patologico che sfocia nel disturbo di personalità ossessivo-compulsivo. Questi due metodi, se così li possiamo chiamare, sono “induttivo” e “deduttivo”.

Con il secondo metodo, il narratore si prepara con amore una scaletta, uno schema che evolve durante la stesura dell’opera e sbozza quest’ultima dal marmo grezzo della propria mente, a poco a poco. È, lo schema, una sorta di traccia, una bussola letteraria che indica la via su ciò che si vuole fare. È inevitabile quindi che esso giunga alla fine ed è forse più semplice da padroneggiare, rispetto a un intero romanzo. Un po’ come nel metodo scientifico. Formulo un’ipotesi, la verifico tramite esperimenti e se le conclusioni confermano l’ipotesi, ho terminato, altrimenti proseguo fin dove devo arrivare.

Con il primo metodo, al contrario, lo scrittore non ha bisogno di prepararsi la scaletta perché, più fantasiosamente, ha tutto in testa e viene folgorato dalla conclusione, quand’essa gli si palesa di fronte. Tuttavia è arduo riuscire a coglierla, perché è molto labile, sia come concetto sia come indicazione. Non c’è nulla di scritto. Niente nero su bianco, quindi si rischierebbe di lasciarsi sfuggire la parola fine e tornare daccapo.

E a questo punto, il mio discorso non vuol dire che si debba necessariamente seguire l’una o l’altra via. Il mio discorso è un’indicazione, tutto qui, un modo diverso di vedere le cose. E se qualcuno non vuole abbandonare, se vuole essere vittima e carnefice della propria storia perché è l’unico modo che conosce per essere felice, tralasciando i dettagli cruenti di questi due sostantivi, be’, lo faccia! Non sarò certo io a dirgli il contrario. Però dovrebbe capire che a volte il troppo stroppia e che si può sempre trovare qualcosa di nuovo da fare. Anche Rocky, un bel giorno, dovrà arrendersi e appendere i guantoni al chiodo, sia per boxare che per allenarsi.

IL MASTROALLEGRO DELLE FESTE – Che cosa vuole il Natale da me?

Ieri un’amica mi ha detto: “Per me il Natale è un giorno come un altro.”

“Sai”, avrei dovuto risponderle. “Non fatico a immaginarlo!”

In effetti, non è per nulla un problema, a casa mia, immaginare il Natale come tutti gli altri giorni dell’anno, o smettere di credere a quella sciocchezza per cui, allo scattare del primo secondo del primo minuto dell’anno nuovo, automaticamente tutto il marcio e il brutto dell’anno vecchio spariscano in un istante e ciò che troviamo sia qualcosa di splendido che attendevamo da molto tempo.

No, in verità, in verità vi dico, lasciate ogni speranza voi che entrate in questa valle di lacrime!

Scherzi a parte, ragioniamoci un secondo, togliendoci i pregiudizi di dosso per un istante, vi va? Ditemi un po’, allora, cosa c’è di diverso tra il 25 dicembre e tutti gli altri giorni dell’anno. Il fatto che non si lavora o non si va a scuola? Molti di noi lo fanno anche il sabato e la domenica e ai più sfortunati capita invece quasi tutti i giorni. Il cenone o il pranzo? Ma si fanno anche in altre occasioni! I parenti? Anche quelli più scomodi, come per la domanda precedente, s’incontrano lo stesso in altre occasioni. Gli addobbi, allora? L’albero? Il presepe? Le luminarie? Uhm, bella questa! In effetti, in nessun altro periodo dell’anno si sfoderano questi accessori, però… oggi servono ancora? Si trovano in giro? A me pare molto meno che in passato. Non c’è giorno in cui non senta gente dire che l’albero o il presepe non lo si fa più perché tanto i bambini sono cresciuti, tanto ormai sanno che Babbo Natale non esiste e che sulla religione avrebbero molto da discutere. Quindi?

Quindi, niente, dico io! Ormai lo spirito natalizio si è perso per strada, come un fantasma del Natale passato che non torna più. Ormai tante persone neppure lo festeggiano, il Natale, tanto non hanno motivo per essere felici. E in questo gruppo di persone mi ci metto anch’io che non ho mai fatto un cenone di Natale in vita mia, che non ho mai avuto parenti in casa durante le feste, che non mi sono mai sentito così speciale per qualcuno, tanto da fargli alzare il telefono per chiamarmi e farmi gli auguri. Scagliatevi pure contro di me, o fanatici delle festività! Ditemi che sono un rompiscatole, che mi lagno per nulla, che sto qui a riempirmi la pancia o a costruire i miei amati LEGO! Crocifiggetemi in sala mensa, come Fantozzi! Ma io, la mia, la dico lo stesso!

Sono anni che i miei genitori preparano addobbi senza un motivo apparente. Sono anni che a Natale non festeggiamo, sebbene ci ritroviamo tutti in quello squallido e surreale quadretto di ricorrenza obbligata e inutile, dove siamo costretti a rimanere a tavola per un dato tempo e a mangiare lentamente per tentare di tenere occupata la mandibola e non parlare di futilità noiose. Sono anni che vorrei superare a piè pari queste settimane evitando quella bizzarra sensazione d’inadeguatezza, d’infelicità, di abbandono e di amnesia che m’intorbidisce il cuore.

Vorrei, lo dico davvero. Vorrei provare veramente ancora una volta lo spirito natalizio, quel senso di ripienezza impagabile che da piccolo mi teneva sveglio fino a tardi e mi faceva aspettare Babbo Natale. Vorrei, senza vergognarmi, essere ancora un po’ speranzoso e materialista e aspettare i regali. Vorrei sentire ancora quella magia che c’era nell’aria e che oggi pare essere scomparsa.

Quando arrivano le feste, mi sento sempre come il Grinch che vuole fermare il Natale.

Preferirei immergermi in una vasca enorme di acqua calda e rimanere con la testa sotto per tanto, tanto tempo, in silenzio, figlio della tranquillità, parente della solitudine ricercata e voluta. Preferirei restare in una condizione di stasi finché tutto tornasse normale, con la routine di sempre, almeno potrei evitare di fingere che la vita va bene, obbligarmi a mettere da parte i problemi per qualche giorno e indossare una maschera gioiosa e sorridente per non mostrare la sofferenza e le lacrime.

Allora mi domando a cosa serva il Natale, oggi. Che cosa vuole da me, ogni anno? Perché si ripresenta a bussare alla mia porta, colmo di speranza e felicità? L’unica cosa che mi verrebbe da rispondere a quegli occhi sognati è: “Guarda, hai sbagliato casa. È due porte più avanti!”

IL TRITTICO DELLE MERAVIGLIE – Persone che potresti incontrare sul web

Internet oggigiorno è alla portata di tutti. Non usufruire di questo servizio potrebbe risultare menomante, quasi razzista. Ho letto, mesi fa, di una donna, un’insegnante inglese ormai in pensione, che voleva commettere suicidio assistito (leggasi eutanasia), perché vivendo da sola e non sentendosi più parte di questa società che va a mille allora, avrebbe finito per trasformarsi in un derelitto. Non ricordo se poi sia andata fino in fondo e se le abbiano permesso di fare ciò che voleva, ma bando alle ciance. Voglio concentrarmi per un istante sui social network, sui forum e su tutti quei servizi del web dove è possibile interagire con altri esseri umani, o presunti tali.

Dopo la mia quasi decennale esperienza, pur con tutte le lacune del caso, credo di aver categorizzato tre tipologie di persone che si possono incontrare sul web, ed è interessante capire anche il motivo per cui questi “esseri” si comportano in questo modo.

L’ACCONDISCENDENTE. È la tipica persona con sogni repressi, volontà fluttuanti e desideri irraggiungibili. Vorrebbe fare qualcosa della propria vita, qualcosa che la renda speciale e non c’è nulla di male in tutto questo, senonché questo tipo di “essere” pecca in originalità e voglia di fare. Si accoda allora a chi ha già macinato tanta strada, a chi ha fatto molto e si è creato un nome. Supporta questi personaggi con costanza e ammirazione instancabile. A volte questa persona si rivede nei personaggi che segue religiosamente come un discepolo e crede che, da qualche parte, loro stiano pensando a lei. Li commenta, li elogia, li supporta, a volte con frasi sdolcinate, diabetogene e al limite dell’inverosimile. Apprezzabile, fino a un certo punto, ma dopo un po’ il troppo stroppia.

L’IPERCRITICO. È il bastian contrario per eccellenza. Se tutti vanno da una parte, lui per spirito di conservazione della propria specie, si deve fiondare dalla parte opposta, come in una sorta di bizzarro contrappeso sproporzionato. È la persona frustrata, infelice di ciò che ha, desiderosa sempre dell’erba del vicino. E magari un po’ di erba (dicasi cannabinoidi) le farebbe anche bene per rilassarsi. Deve criticare sempre l’agito degli altri, anche sconosciuti. Lui ne sa sempre, di argomento si stia parlando, lui è il depositario di tutto lo scibile umano. Il mondo non può prescindere da lui, ma lui può prescindere dal mondo. Infastidisce il suo atteggiamento aggressivo, spesso qualunquista e accusatorio. Gli altri non possono fare nulla che lui non debba condannare come sbagliato o eticamente discutibile. Con questa persona non si possono avere idee alternative, non si può discutere come con qualcuno dalle ampie vedute. Verrebbe da chiedersi che cosa abbia trasformato queste persone in quello che sono. Qualcuno forse gli ha rubato il gatto?

L’INDIFFERENTE. È la terza tipologia, meno numerosa delle due precedenti. È la persona, a volte un po’ superficiale come l’ipercritico, a volte semplicemente superiore, per credenza autoindotta o autosuggestione positiva. I propri pensieri, le proprie idee sono un coacervo di contraddizioni e di pregiudizi, ma assorbono totalmente questo terzo “essere” e lo rendono incompatibile con il confronto aperto verso gli altri. Non gli importa nulla di ciò che accade attorno, perché la sua vita è il centro dell’universo. I tratti narcisistici superano visibilmente i tratti istrionici del cugino meno evoluto, ovvero l’ipercritico e lo depositano, come poc’anzi sottolineato, sul proverbiale piedistallo. A suo dire, anche silenzioso in parecchi casi, lui non si pone su un livello superiore, lui è superiore, per citare una frase di fantozziana memoria. Persona discreta e poco interessata, assimilabile agli dèi epicurei che vivevano negli intermundia.

Infine, piccolo inciso. A completare questo breve corollario, c’è l’eccezione che conferma la regola.

Il DELUSO. È un utente del web molto particolare: razza in via d’estinzione, molto rara, minacciata dalla virulenza della società virtuale odierna. È l’unico tipo di “essere” che si pone delle domande, che vuole approfondire gli argomenti citati da altri e che non si ferma all’apparenza. Il fattore di rischio della sua scomparsa è la frustrazione che prova e che spinge al suicidio i suoi ideali nel vedere la peste che ammorba il mondo attorno a lui. Non capisce le dinamiche di molti dei suoi parenti sopra citati e si sforza con tutto se stesso di non farsi venire delle ulcere gastriche, ma senza speranza. Altro problema grosso che ha è la paura di esprimere le proprie idee a causa del cugino ipercritico che, infischiandosene della persona che sta dietro a determinate parole, attacca sempre e senza pietà, demolendo idee, pensieri, aspettative e sentimenti sconosciuti, infischiandosene dei danni provocati.

Non voglio attaccare o condannare nessuno. Si scherza, lo sapete. Però ugualmente voglio farvi riflettere su quello che molto spesso ho notato su internet e forse su quello che molto spesso faccio anch’io. Incontro per caso persone come queste, oppure le leggo da qualche parte e non posso che domandarmi, ma davvero dobbiamo arrivare a questo punto? Possibile che non si possa esprimere le proprie idee senza cadere nella rete di questi “esseri”. Ognuno ha pregi e difetti, io per primo, ma quello che dico sempre è: pensate con la vostra testa. Non dovete obbligatoriamente accodarvi alla massa, come fedeli pecoroni di un movimento pseudo-culturale del momento. Non dovete sempre e comunque condannare gli altri, soprattutto senza conoscerli. E non dovete per forza sentirvi superiori. Nessuno è perfetto e forse, potrei dire che la bellezza di noi tutti sia la nostra imperfezione.

MA È DAVVERO NECESSARIO? – Sulla violenza contro le donne

Ieri, 25 novembre, nel mondo si è “celebrata” la giornata mondiale per la violenza contro le donne.

Ma è davvero necessario

Scopo di tale evento, come in molti altri casi, è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica di tutto il mondo riguardo ciò che accade all’essere umano di genere femminile.
È una gran cosa, in effetti. Parlare di diritti umani, fondamentali per l’uomo. Però, a pensarci bene, mi viene un dubbio: quante altre “giornata mondiale per…” esistono al mondo. Credo che se scrivessi sul calendario il nome di ogni giorno riferendomi alla ricorrenza annuale che si ricorda in quel determinato arco di ventiquattro ore, probabilmente mi rimarrebbero poche caselle vuote.
Non voglio criticare l’idea in sé. Lungi da me accusare e sminuire ciò che viene fatto. Tuttavia l’episodio, curioso, è stato il seguente, della durata di pochi secondi: esco dall’aula ristoro della mia università per andare a un’esercitazione pomeridiana e, davanti a me vedo alcune ragazze, tra cui una mia compagna di corso, che camminano in silenzio, non rispondono a nessuno e portano sulle labbra una croce di nastro adesivo nero.
Ora, la cosa non mi ha sconvolto e non mi ha nemmeno lasciato perplesso. Sapevo che giorno rappresentasse il 25 novembre, però poi, a lungo andare, continuando a rivedere nella mia mente quella scena un po’ bizzarra, mi sono chiesto: ma è davvero necessario? Un po’ il leitmotiv di tante altre manifestazioni che si vedono oggi. Mi domando spesso: ma è davvero necessario?
Insomma, capisco che manifestare per molte cose, importanti oltretutto, sia diritto di chiunque e serva per dimostrare che si tratta di temi d’attualità e non reminiscenze di un passato lontano. Capisco che si debba informare veramente l’opinione pubblica attraverso canali super partes, evitando le cosiddette notizie faziose, com’è giusto che sia, però ugualmente mi viene da pensare che la violenza sulle donne sia qualcosa di ributtante. Perciò, pur rischiando di attirarmi le ire della pubblica opinione, è davvero necessario attaccarsi sulle labbra due pezzi di nastro adesivo nero, per simboleggiare questa lotta silenziosa?
Io non ho preso parte al flash mob che si è tenuto nella mia università e non per mancanza di voglia, per altri impegni precedentemente presi o per fare il bastian contrario. Sono un essere umano, maschile, dotato di un cervello funzionante. Cogito ergo sum, come avrebbe detto Cartesio. So sfruttare lo straordinario dono dell’evoluzione. So pensare con la mia testa, quindi mi rendo conto che è inutile e assolutamente sbagliato fare violenza verso un altro essere umano e tra gli altri esseri umani, guarda il caso, ci sono anche le bambine, le ragazze, le donne.
Quindi, ancora una volta mi chiedo: ma è davvero necessario? È necessario porre l’accento su una questione che è, in linea teorica, puramente pleonastica? Lottare per i diritti dell’essere umano, di riflesso, non è lottare per i diritti della donna? Non credo sia difficile rispondere.
Inoltre, come sopra, non ho preso parte a questo evento perché, per parte mia, non potrei mai fare del male a un altro uomo, men che meno a una donna. Non mi serve essere sensibilizzato. Sono sufficientemente sveglio per capire, spostando la logica cattolica in ambito quotidiano, che non bisogna fare agli altri ciò che non vorresti venisse fatto a te.
Ora distruggetemi pure, ma io non muoverò un dito.
Sono convinto che se vuoi, puoi. Se ti macchi di un crimine simile, allora, per me, non puoi neppure essere considerato un mio pari. Forse biologicamente parlando lo sei, ma per il resto, come dice il sergente maggiore Hartman, sarai solo un pezzo informe di materia organica anfibia comunemente detta “merda”!