LIEBSTER AWARD

Innanzitutto ringrazio il blog Carezze di vento per avermi nominato. Spero che chi nominerò sfrutterà questa occasione per far parlare un po’ di sé e per farsi conoscere, visto che oggi, anche con questi mezzi supertecnologici e alla portata di tutti, sembra essere diventata un’impresa impossibile.

Le regole per questo Liebster Award sono:

  1. Ringraziare il blog che ti ha nominato.
  2. Rispondere alle 10 domande.
  3. Nominare altri 10 blog con meno di 200 follower.
  4. Comunicare la nomina ai 10 blog scelti.

Perché hai aperto un blog?

Sono state le insistenze di un’amica che ringrazio a farmi aprire questo blog, sebbene io all’inizio fossi restio, dato che la pagina di Facebook, Writers’ corner, mi prendeva già abbastanza tempo e lo stesso, per quanto impensabile, dicasi per il profilo di Twitter. Inoltre gli impegni universitari e l’hobby letterario mi impegnano ulteriormente, ma spero allo stesso modo di poter far crescere anche questo nuovo luogo di incontro e confronto.

Ci parli delle tue passioni?

Presto detto. La scrittura è la mia passione principale. Impiego molto tempo per dedicarmi alle storie che scrivo e qualche frutto i miei sforzi l’hanno anche dato. Ho infatti pubblicato tre libri: “Memorabilia” (2012), “Lupus et agnus” (2013) e “Vindica te tibi” (2014), più qualche altro racconto sparso qui e là.
Nel frattempo continuo a lavorare a importanti progetti futuri che spero mi daranno ulteriore visibilità.
Oltre alla scrittura poi, adoro leggere (Stephen King è l’autore preferito, ma sono alla costante ricerca di scrittori di romanzi di suspense), suonare la chitarra, ascoltare musica (un po’ tutto i generi, tranne la lirica e i generi troppo brutali) e guardare film.

Quanto pensi che i commenti e le interazioni siano utili per un blogger e in che modo?

Ritengo che interazioni di qualunque genere siano utili perché in questo modo è possibile conoscere altre persone che scrivono. Poi, non tutte devono necessariamente farlo per lavoro e non tutte possono farti apprezzare ciò che scrivono, ma la “pubblicità”, diciamo così, è un modo utile per farti allargare gli orizzonti.
Credo che il commento, più che il “mi piace” e il reblog siano gli strumenti più utili per stabilire un contatto quasi diretto con altri utenti e per farsi conoscere.

Di cosa parli nel blog?

Principalmente delle storie che scrivo, dando la possibilità anche ai profani di sbirciare il mio stile e il genere che tratto, inoltre ci saranno presto recensioni di libri che ho letto e apprezzato, una sezione di pensieri e riflessioni brevi che contornano le mie giornate e una parte del blog riservata agli articoli un po’ più “mondani”, che parlano degli argomenti che mi interessano, incontrati durante la navigazione sul web.

Hai creato un rapporto di amicizia con altri blogger? Vi siete mai conosciuti personalmente?

Purtroppo il blog non è ancora in una fase così avanzata da potermi far conoscere altri blogger e quindi fare amicizia con loro, perciò, mio malgrado, non ho conosciuto nessuno di persona.

Come immagini il tuo blog tra due anni? Vorresti vederlo crescere/cambiare e in che modo?

Tra qualche anno vorrei innanzitutto avere più tempo da dedicare al blog e vorrei vederlo crescere in seguito e attrattiva. Mi piacerebbe che quello che dico e che scrivo fosse letto da altri in modo da poter intavolare delle discussioni o comunque delle chiacchierate.

La cosa che sai fare meglio?

Penso sia scrivere. Forse leggere.

Quanto tempo dedichi al tuo blog?

Purtroppo non tanto quanto vorrei. Forse un’ora o due alla settimana, se ho del tempo libero, poiché sono assorbito da altri impegni.

Come nascono i tuoi post?

Dipende dal tipo di articolo che voglio scrivere, ma in generale si parte sempre da idee che mi ronzano nella testa da un po’, oppure, in caso contrario, da qualcosa che leggo in giro o che vedo in TV e che scatena in me la voglia di dire la mia in proposito.

Un saluto a chi legge?

Un sentito grazie a te che hai speso un po’ del tuo tempo per conoscermi. Spero di averti interessato e mi auguro che quello che leggerai nel mio blog ti spingerà a restare e a dire la tua.
E come dico sempre, un saluto a tutti.
Il Vostro Affezionatissimo.

Nominations:

– Eidoteca
Evaporata
Articoliliberi
Saltabecco
Antigone dulcamara
Cuore di cactus
Disorder fables
L’erba dello scrittore
Sogni a perdere
Che vita fa là fuori

Di cosa parli nel blog?

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ISTINTO ANIMALE

La giornata volgeva al termine e già si preparava il grande falò al centro del villaggio perché lì tutti si sarebbero raccolti, quella sera, per ascoltare ciò che capo Taima aveva da dire in proposito alla spedizione al villaggio degli anziani.

Sewati era vigile e vispo, incapace di rimanere fermo anche solo per un istante. Taima lo intravide che scorrazzava portando legna per il fuoco, perciò si alzò e uscì dalla tenda. Guardò il ragazzo mentre si allontanava e poi ritornava con dell’altra legna. Era spasmodico, a volte un ficcanaso e rompiscatole, ma gli stava simpatico perché gli ricordava lui stesso da giovane. Pensò a sua figlia Chilaili e a Sewati. Loro due, insieme, potevano dare vita a un altro villaggio, un’altra generazione ancora più forte e duratura.

Litonya uscì poco dopo, seguendo il marito e con lo sguardo adocchiò a propria volta Sewati. «Pensi a quello che penso io, Taima?»

«Può darsi» rispose lui, enigmatico, voltandosi e abbracciando la moglie. «Però bisogna che inizino a crescere, non trovi?» mormorò, svelando il mistero.

Litonya alzò gli occhi verso il marito, sorridendo.

«Intendo dire», riprese lui, «che non sono più bambini e dovrebbero imparare ad andare d’accordo invece di litigare sempre.»

«Taima» sussurrò dolcemente sua moglie. «Sono giovani. Non ci puoi fare nulla. Impareranno col tempo che è il più grande maestro.»

Taima annuì serio.

«Eravamo diversi, io e te? Siamo sempre stati due pesti… eppure…» e a quelle parole anche Taima prese a sorridere, più sereno.

All’improvviso ricomparve Chilaili, accompagnata da un’amica. Parlavano tra loro e indicavano il cielo, al comparire delle prime stelle, con la luce del sole che scendeva sotto l’orizzonte. Il pomeriggio si accomiatava e la sera si destava.

(Tratto dal racconto ISTINTO ANIMALE, “Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta“, Raul Londra)

SPORCHI AFFARI FATTI A PREZZI STRACCIATI

Dopo quarantotto ore venne il giorno del bombardamento, ma sul far dell’alba il tempo segnava pioggia e prima di mezzodì il cielo nero prese a mandare lampi e a scaricare a terra una quantità d’acqua mai vista. L’attacco americano venne rimandato, ma arrivarono dispacci rapidi di proseguire l’offensiva inglese non appena il tempo lo avesse permesso, e ciò avvenne presto.

Doug decollò con il battaglione facendo da scorta ai bombardieri e si diresse sugli obiettivi con la mente

svuotata. “Perché lo sto facendo?” si domandava, ma sapeva che un soldato com’era lui doveva soltanto fare ciò che gli veniva ordinato. Non doveva pensare. Lo sapeva lui così come lo sapeva Smith quando gli aveva parlato dell’attacco sulla Germania.

“Perché?” pensò. “Io dovevo aiutare le persone.”

Quando le bombe presero a cadere sopra Dresda, gli Spitfire inglesi ronzavano in aria, controllando che l’azione non fosse disturbata dai Messerschmitt, e Doug iniziò a udire gli ordigni che esplodevano a terra con gran fragore, trasformarsi poi in focolai enormi lungo tutta la periferia. Le fiamme infine convergevano verso il centro della città.

“Perché?” si chiese un’altra volta. “Dresda non è una roccaforte militare. Perché bombardare Dresda?”

Dall’abitacolo del suo aereo udiva soltanto il rumore dell’aria sbattergli sulla faccia come una sventagliata gelida e il rombo del motore. Ma in mezzo a tutto quel chiasso, nella sua mente, poteva distinguere le urla disumane della gente che moriva, bruciata dentro quella trappola infernale della guerra.

Ormai la città era un rogo senza fine. Le fiamme rosse gialle e arancioni salivano in cielo, crepitando ininterrottamente. Era uno spettacolo raccapricciante e Doug sentì i conati di vomito salirgli dallo stomaco. “Perché tutto questo?” si chiese ancora. Non c’era risposta: era la guerra. “Io dovevo aiutare le persone.”

(Tratto dal racconto SPORCHI AFFARI FATTI A PREZZI STRACCIATI, “Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta“, Raul Londra)

DOMINA

Ebbene sì, sono stanco di lottare. O forse dovrei usare il passato. Ero stanco.

L’ultimo mese di vita è stato un lento trascinarsi alla meta tanto agognata, ma quella meta non è altro che l’inizio di questa storia che ora sto scrivendo e quindi il punto di partenza per un altro viaggio. La mia destinazione vera e propria è un po’ più avanti.

Mi chiamo Ray Johnson, ho ventun anni e, per uno scherzo del destino, come a me piace chiamarlo, mi trovo nella miserabile condizione di essere tutto ciò che non vorrei essere. Certo, sembrano farneticazioni di un idiota queste, ma è la pura verità.

Fin da quando ero piccolo ho sempre avuto problemi con gli altri bambini e non so spiegarmi perché. Io me ne stavo tranquillo per i fatti miei, ma in ogni caso c’era qualcuno più bravo, più bello, più intelligente di me che doveva pavoneggiarsi, prendendomi come termine di paragone. Le buscavo anche, spesso e volentieri, perché in una scazzottata tra ragazzini, in un modo o nell’altro, io venivo sempre tirato in mezzo e la faccenda finiva con un richiamo e il naso sanguinante.

Crescendo, la situazione non è migliorata. La poca gente che mi stava attorno mi diceva il contrario, mi diceva che tutto stava cambiando o che sarebbe cambiato presto, ma io mi rendevo conto che ogni cosa rimaneva uguale: solo che io mi allungavo e diventavo più grande e vecchio dentro.

I miei genitori erano abbastanza orgogliosi di me, almeno per quanto ci si possa aspettare da una casalinga e da un operaio di fabbrica, perciò io ho sempre finto in famiglia che tutto andasse per il verso giusto: meno domande per me e meno grattacapi per loro. Ma le cose in realtà erano diverse.

(Tratto dal racconto DOMINA, “Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta“, Raul Londra)

EROE

«Essere grande e grosso non significa essere intelligente» gli aveva sempre ripetuto il vecchio, e lui, Jacob, nonostante tutto, come figlio non era mai stato abbastanza.

La rabbia nasceva anche da lì, da quel sentirsi sempre fuori posto, inadatto, sbagliato, dal vedersi sempre superato dal figlio degli altri, dall’amico, dal cugino. Ma Jacob non era stupido e sapeva che presto o tardi qualcosa sarebbe successo e tutto sarebbe cambiato.

Eccolo il cambiamento. Doveva avvenire quel giorno, il giorno del suo diciottesimo compleanno.

Scese al piano di sotto senza far rumore, attraversò il piccolo corridoio osservando la madre piangere in cucina, sgattaiolò fuori e si avviò rapidamente verso il capanno degli attrezzi. Dentro c’era suo padre che trafficava con qualcosa. Jacob sentiva il rumore fin da fuori.

Entrò e richiuse immediatamente la porta. Il pavimento di tavole di legno marcio era umido di un qualche liquido puzzolente simile al gasolio o alla benzina. In fondo, dietro un divisorio di compensato, c’era suo padre che beveva dalla bottiglia di whisky e agitava senza successo un trapano vecchio, facendo buchi a caso nella parete del divisorio. Un gesto senza senso, come tanti altri ne aveva fatti quel bastardo.

«Che vuoi?» grugnì Friedrich con la voce impastata. Jacob non rispose e continuò a fissare suo padre con gli occhi accesi dalla rabbia.

«Ti ho chiesto che vuoi, stupido idiota!» alzò la voce. Lo guardava da sotto in su e distingueva a malapena la forma del corpo di suo figlio che perdeva definizione e si sdoppiava.

Jacob rimase ancora in silenzio e allungò la mano per prendere la bottiglia vuota che suo padre aveva appena posato sul ripiano alle proprie spalle.

(Tratto dal racconto EROE, “Vindica te tibi – Quattro storie di vendetta“, Raul Londra)

FRANK ZAPPA SAID…

Uscimmo dalla via e sentimmo un’ambulanza che si avvicinava di corsa alla zona in cui eravamo e andò a fermarsi vicino al Jolly.

C’era un capannello di curiosi che si era radunato a guardare cos’era successo. Erano gli ultimi, insieme a noi che non ce n’eravamo ancora andati.

Due paramedici concitati erano scesi con la barella per caricare un ragazzo che stava riverso sul marciapiede con la faccia sporca di vomito e i tremori. La sua ragazza piangeva e continuava a strattonarlo per la giacca. Gli amici alticci non ridevano più.

Avevo visto quella scena altre volte, ma mi parve peggio del solito in quel momento. Avrei letto di lui sui giornali il giorno successivo?

Guardai Vanessa che fissava quelle persone muoversi frettolosamente, come i fotogrammi successivi alla scena piùcruenta di un film horror pieno di mutilati e zombie.

«I limoni e i coglioni ci sono tutto l’anno…» borbottai, poi mi voltai per andarmene, ma Vanessa rimaneva là, bloccata sulle gambe, a osservare quello che succedeva. Non riusciva a distogliere lo sguardo. Era spaventata e preoccupata.

Si chiusero in fretta i portelloni e l’autolettiga, a sirene spiegate, filò via sgommando.

Vanessa fece ancora resistenza mentre la tiravo per il braccio.

«Vieni, dai, andiamo!» insistetti. Alla fine lei si appoggiò a me e mi seguì. Quando fu accanto alla sua auto mi sembrava scossa.

«Calmati, ok? Non è successo niente.»

«Come non è successo niente?» esclamò isterica. «Hai beccato quel tizio che vendeva droga e il ragazzo sul marciapiede… è quasi morto.»

«Sono certo che si riprenderà, dammi retta…» dissi cercando di tranquillizzarla.

«E come fai a dirlo? Sei un medico forse? Hai visto com’era conciato?»

Non seppi cosa rispondere alle sue domande. No, non ero un medico. E no, non sapevo se si sarebbe ripreso. Però io quelle situazioni le avevo già vissute, per me erano la normalità, mentre Vanessa era la prima volta che si trovava in quella melma puzzolente dei bassifondi.

Anche Monza era una città dalle due facce: alternava il bello e il brutto della gente e della vita. C’erano le grandi contraddizioni: locali ben visti e famosi e droga e donne che giravano nei vicoli malfamati.

«Per favore Vanessa, calmati. È meglio se ti riaccompagno a casa io.»

«No, no, ce la faccio. Tranquillo…» e parve rasserenarsi. Mi abbracciò forte e mi baciò sulla guancia dicendo: «Ora capisco perché vuoi andartene da qui».

«Sono durato anche troppo. Quattro anni così sono tanti!»

Salì in macchina e accese il motore, dopodiché abbassò il finestrino e mi guardò ancora. Mi mostrò un sorriso forzato e io le accarezzai la guancia.

«Stanotte, quando andrai a letto, lascia perdere quello che hai visto e sentito. Pensa a me, d’accordo. Pensa a me.»

«Aiutami a dormire allora.»

«Ancora qualche giorno Vanessa. Poi potrò andarmene da qui e avremo più tempo per stare insieme…» le dissi per confortarla.

Mi venne in mente una frase a quel punto, una frase che mi ripetevo spesso per cercare di capire certe persone e che, ne ero sicuro, coglieva nel segno. «Sai, Vanessa, Frank Zappa diceva: “La droga non è cattiva. La droga è un composto chimico. Il problema è quando quelli che si drogano la considerano una licenza per comportarsi come teste di cazzo”.»

Sorrise quelle parole: «Forse Frank Zappa aveva ragione…»

Mi salutò e partì per tornare a casa. Io rimasi lì fermo a guardarla mentre si allontanava. Scomparve dietro la prima curva e anch’io mi diressi verso la mia auto e presi la strada di casa.

«Proprio come teste di cazzo…»

(Tratto dal capitolo 12 – FRANK ZAPPA SAID…, “Lupus et agnus“, Raul Londra)

PIOVE (parte 2)

Chi ero io?

Io ero l’immagine che davo agli altri di me stesso. Non contava che cosa avessi dentro davvero, che cosa provassi quando andavo a lavorare al Jolly vedendo gente tirare coca, o mandargiù pasticche, o scopare nei vicoli bui dietro il locale. Non contava che adorassi scrivere e desiderassi pubblicare dei libri. In fin dei conti non ero un ragazzo che lavorava in biblioteca. Quella era la facciata per salvare le apparenze.

Ero un poco di buono, un gorilla che pestava perché quella era l’unica cosa che sapeva fare. Pestare. Pestare fino a non sentirmi più le mani. Pestare fino a far paura agli altri.

Ero il Nero perché forse gli altri credevano che me ne andassi a spasso con la morte che mi veniva dietro. Forse ero un mostro, non lo so. Tutto il resto però, tutto ciò che ero davvero, non era importante.

Io ero il lupo cattivo della favola e un lupo cattivo non merita di essere felice, non merita ciò che potrebbe avere. Deve rimanere solo, soffrire in silenzio, nascondere la propria anima e mostrare il nero della notte che ha dentro di sé. Un lupo cattivo deve divorare l’agnello innocente che è venuto al ruscello ad abbeverarsi perché è assetato di sangue.

E poi alla fine il mostro deve morire lasciando di sé soltanto un’immagine di incubo, terrore e angoscia.

Mi alzai con fare impacciato; il respiro pesante mi affannava il petto. Mi avvicinai alla finestra, tirai la tenda e guardai fuori, la strada nera e lucida, illuminata dall’alone cadaverico del lampione.

C’era un’atmosfera spettrale e il silenzio aumentava l’ansia che portavo dentro di me. Lo scroscio di un’auto in lontananza mi ridestò dal torpore che mi aveva preso e alzai lo sguardo verso il cono di luce attraverso cui si intravedevano gocce di acqua cadere a terra.

Forse quello che avevo pensato di me non ero veramente io, ma non c’era più nessuno a dire il contrario.

«Piove.»

(Tratto dal capitolo 5 – PIOVE, “Lupus et agnus“, Raul Londra)

PIOVE (parte 1)

In un primo momento mi sentii strano perché provai una sensazione con cui non avevo confidenza da qualche mese: restare fermo nello stesso posto con una miriade di idee che mi vorticavano per la testa era come essere inchiodato a una sedia nell’occhio di un tornado.

Mi sembrò un po’ stupido scrivere cose inventate o forse anche reali per continuare una storia che avevo congelato da un sacco di tempo. E poi, mi chiesi, una volta finita la storia che cosa avrei fatto? Avrei pubblicato? Chiedendo a chi? A case editrici che ti succhiano il sangue per stampare qualcosa di tuo? Avrei sperato di ottenere il successo di grandi scrittori affermati e famosi che guadagnano un sacco di soldi con i loro romanzi e possono vivere dei diritti di autore delle proprie opere? Ce l’avrei fatta?

Improvvisamente mi afferrò una strana arrendevolezza.

Lasciai cascare le braccia dietro lo schienale della sedia. Perché mi sentivo così? Scrivere mi aveva sempre dato piacere e divertimento. Perché ora le mie storie mi lasciavano indifferente?

Mi alzai e iniziai a camminare per la stanza. Non sapevo cosa fare e mi sentivo un idiota. Perché mi trovavo in quello stato? Che cos’era successo dall’ultima volta che mi ero preso una pausa dal trantran quotidiano per mettermi a scrivere? Che cosa c’era stato lì in mezzo? Niente di sconvolgente. Niente di eccitante. Solo la noia di tutti i giorni e le solite cose che facevo. Non era cambiato granché.

Rimanevo invischiato lì, in un spazio interdimensionale, uno spazio tra gli spazi, in mezzo a ciò che avevo vissuto fino a quel momento e ciò che avrei potuto vivere domani, un bivio tra passato e futuro con l’intero presente che mi scivolava addosso come olio pesante da una giara.

Tornai a sedermi sbuffando e provai a rileggere le ultime righe che avevo scritto.

Man mano che riguardavo, mi spingevo sempre più indietro nella storia, come a voler ripartire dall’inizio, a capire da dov’ero passato per giungere fin lì.

Ogni tanto sorridevo intuendo che cosa mi aveva portato a mettere una determinata frase in un ampio periodo oppure scuotevo il capo divertito per le situazioni che avevo descritto.

La storia che avevo inventato mi aveva colpito e la stavo raccontando anche abbastanza bene, però ancora non mi venne in mente come proseguire.

Il tempo passò e tutto ciò che scrissi in quasi due ore fu una mezza paginetta, messa lì giusto per terminare il pensiero che non avevo concluso mesi prima.

Non ero per nulla soddisfatto, però non sapevo che altro fare. Era inutile fissare lo schermo del computer sperando che un’idea pazzesca e geniale mi attraversasse la mente. Che poi, tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare, come dice il proverbio. Tra l’avere un’idea e lo scriverla dentro un romanzo già avviato c’è un abisso a volte.

Il profumo del pranzo iniziò a stuzzicarmi le narici e quando guardai l’orologio vidi che segnava mezzogiorno e un quarto. Mia madre non mi aveva ancora chiamato, o forse io non l’avevo sentita, immerso in un ciclone di pensieri confusi. Controllai anche altri file salvati in memoria. Sempre file di scrittura. Tante altre storie, tanti altri racconti e un paio di romanzi terminati l’anno precedente.

Sorrisi compiaciuto: avevo una marea di cose da proporre alle case editrici, grandi e piccole, ma non ero sicuro che le mie storie sarebbero piaciute. La soddisfazione per aver scritto così tanto e magari così bene svaniva quasi subito pensando alla montagna che si trovava di fronte a me e che avrei dovuto scalare.

Solitamente, quando invii un tuo lavoro che vorresti pubblicare, ti arriva una lettera per posta ordinaria oppure una e-mail con la quale la casa editrice interpellata ti spiega che la tua opera non risponde alle linee editoriali. A volte, se sei fortunato, ti viene anche motivato il rifiuto, ma solo se sei fortunato.

La mia paura era proprio quella: caricarmi di false aspettative, esagerare con le illusioni per poi rimanere deluso da gente cui non fregava niente di me e dei miei sogni. In fondo io, per qualunque casa editrice, non ero né più né meno che uno di tanti sognatori che c’erano in giro.

Ma per me scrivere era molto più che vedere il mio nome in copertina. Per questo avevo paura e continuavo a tenere i miei lavori salvati sull’hard disk del computer senza dire nulla a nessuno.

Sì, il sogno c’era, ma era come l’ultima, la più piccola delle matrioske, nascosta da tutti gli involucri delle altre bambole più grandi.

Continuai a leggere i miei vecchi lavori per un quarto d’ora divertendomi a rivivere a distanza di molto tempo le sensazioni provate mentre scrivevo quelle storie.

Quando mia madre mi chiamò dicendomi che era pronto il pranzo, spensi il computer con una vena di nostalgia per quei bei momenti passati, dopodiché mi alzai e me ne andai nel cucinino.

Mentre chiudevo la porta della mia camera sentii il magone che mi attraversava il petto e provai subito un’immensa voglia di scoppiare a piangere. Mi voltai sospirando; il pensare a tutte quelle storie a tutti quei fiumi di parole mi faceva tornare in mente Simona perché di molto parlavano le decine e decine di racconti e i due romanzi terminati, ma soprattutto di lei, la mia Simona che se n’era andata.

E fuori, in un giorno di cemento, la pioggia continuava a cadere.

(Tratto dal capitolo 5 – PIOVE, “Lupus et agnus“, Raul Londra)

È GIÀ DOMANI

«Stai meglio ora?»

«Sì» rispose con tono serio, ma trattenne ugualmente il sorriso, gli occhi ancora arrossati.

Non era vero ma preferiva farmelo credere per mostrarsi forte ai miei occhi, gli occhi di uno sconosciuto.

«Sono contento per te» replicai imbarazzato, senza sapere che altro dire.

Vanessa mi fece accomodare in cucina offrendomi del tè caldo ai frutti di bosco.

Un po’ scettico, accettai. Non ero mai stato, come sospettava mia madre, un grande amante del tè, ma piuttosto del Jack Daniel’s, che aveva lo stesso colore ma non lo stesso sapore. Sorseggiai lentamente e per la prima volta riuscii ad apprezzare l’aroma di una bevanda che mi scaldava senza bruciarmi la gola e spaccarmi il fegato, come diceva Annamaria. Forse era proprio perché prima non avevo trincato come una spugna.

«Grazie» mi sussurrò Vanessa abbassando lo sguardo sulla tazza di tè che teneva tra le mani.

Non le domandai per cosa mi stesse ringraziando, ma ancora, per l’ennesima volta, non sapendo che dire, rimasi zitto.

«Grazie per avermi aiutato con Giacomo» aggiunse lei. «Quando ci si mette sa essere un vero coglione!»

«Pare di sì» confermai scialbo.

Udii il respiro irregolare di Vanessa nel silenzio più assoluto della casa. Stava per piangere ancora. Mi sporsi verso di lei e le sollevai il volto, come se quella potesse essere l’azione più naturale per me.

«Non piangere, per favore. Ti prego, non piangere. Non serve a niente.»

«Non ci riesco» singhiozzò lei.

«Sei soltanto un po’ spaventata. È normale» provai a spiegarle, nel peggior modo possibile.

«Scusami» fece lei con voce spezzata, quindi si alzò e corse via. Sentii una serratura scattare e pensai che si fosse chiusa in bagno. Mi alzai e passai nel salottino. Mi bloccai lì in piedi, come uno stoccafisso a guardare la porta di legno scuro dietro la quale si era trincerata.

Che gran confusione…

Tutte le certezze di una vita, il sapere che ore sono, che giorno è, quando devi andare a fare la spesa, perché il sole fa crescere le piante, come mai abbiamo un cuore… Non contava più niente di fronte alla situazione di quella sera. Lì era tutta un’incertezza. Una cazzata, ma sembrava sempre più importante.

Diedi un’occhiata all’orologio. Segnava le due meno qualche minuto. Rimasi ancora lì fermo aspettando Vanessa. Lentamente mi accorsi che la stessa forza che mi aveva spinto da lei ora pareva volermi trascinare via, perché lei non era Simona. Ma allora… Allora perché tutto ciò? Perché il giretto in auto prima di riportarla a casa? Perché la mano tesa, nel parcheggio vicino ai capannoni? Perché il tè ai frutti di bosco?

(Tratto dal capitolo 4 – È già domani, “Lupus et agnus“, Raul Londra)

IL NERO

Guardai l’orologio che segnava quasi le quattro. Stavo nella mia camera, nel mio letto, a vagare tra i miei pensieri senza riuscire a dormire. Eppure ero stanco. Stanco di quella vita e di tutte le sofferenze che mi portavo dentro. Sulle spalle avevo un fardello insopportabile per chiunque, ma nonostante ciò io andavo avanti, perché non riuscivo in alcun modo a tornare indietro.

Ma anche Atlante un giorno si sarebbe stancato di portare il cielo sulle spalle, gli antichi greci lo sapevano. Si sarebbe stancato e se ne sarebbe andato per cambiare.

La verità era che io non ero un eroe. Probabilmente ero tutto l’opposto. Forse ero il cattivo io, il lupo che attende al fiume il proprio agnello da divorare. Ero un essere umano come gli altri con le mie sfumature di luce e ombra.

Mi chiamavano Nero perché vestivo sempre con abiti scuri o forse perché avevo fatto parecchi occhi neri a molte teste vuote in pochi anni in qualità di guardiano notturno, gorilla al Jolly e altri lavori come quelli che la gente per bene non si sognerebbe neppure di fare.

Una cosa avevo scoperto di saper fare bene: prendere a pugni la gente. Ma quello è il compito più facile. Vivere una vita come le persone normali, tentando di essere normale, quella è la vera sfida. E io non ero più tanto sicuro di esserne capace.

«Un eroe dei fumetti o qualcosa del genere…» dissi, poi sussurrai un nome, il suo nome: «…Simona…» e scoppiai a piangere in silenzio perché il dolore che provavo era mio e di nessun altro.

Piansi finché non venne mattina.

(Tratto dal capitolo 2 – Il Nero, “Lupus et agnus“, Raul Londra)