ANCORA UNA RIPRESA – Quando mettere la parola fine

Si parla di fortuite coincidenze. In effetti, è trascorso più di un anno e mezzo da quando è stata fatta circolare la notizia circa l’ennesimo capitolo della saga del pugile Rocky Balboa, il mancino stallone italiano interpretato da Sylvester Stallone. Tuttavia, solo pochi giorni fa sono venuto a conoscenza di questa novità. E detto questo, mi è venuto naturale pensare a un parallelo. Tra pugilato e scrittura? Che diavolo ha in mente questo qui? È matto, per caso?

Be’, non proprio. Ne “La verità sul caso Harry Quebert” di Jöel Dicker, questo parallelo è stato associato dallo scrittore svizzero lungo tutto il romanzo con sapiente maestria e forse con un pizzico di sfrontatezza, visto che si è più soliti paragonare la parola alla spada. Ferisce di più, a quanto dicono. La penna, intendo.

Ad ogni modo, il parallelo non è con la boxe, quanto con la voglia, o meglio, la volontà di smettere. E non mi riferisco al chiudere per sempre il rubinetto delle idee o allo smorzare il pizzicore della passione che spinge uno scrittore a scrivere, bensì mi rifaccio a quella malsana, vetusta, inveterata e forse anche un po’ sbagliata concezione che ogni autore, dilettante o meno, può aver fatto propria, almeno per una volta nella propria vita. Quando si mette la parola fine?

Già, lo chiedo anche a voi. Quando si mette la parola fine? In una storia, di qualunque tipo essa sia, quando si mette la parola fine?

Non sono qui per spingervi a seguirmi, come fossi un “predicatore del cavolo che vi parla dell’Inferno e del Paradiso”. Non voglio darvi falsi o opinabili modelli letterari da seguire, poiché, grazie al cielo, in letteratura, quasi tutto è opinabile, salvo forse la grammatica, la consecutio temporum, la struttura della frase, etc. etc. Sono qui, al contrario per farvi riflettere su questo aspetto, questo morbo che affligge lo scrittore, presto o tardi. Così come la “sindrome della pagina bianca”, di cui parla Dicker nel suo romanzo, il “blocco dello scrittore” o “blocco dell’artista”, reinterpretato in chiave musicale nella traccia “Wither” dell’album “Black clouds & silver linings” dei Dream Theater, band progressive metal statunitense, allo stesso modo la “malattia dell’incompiuto” affligge anche i più grandi. Ne fece le spese Ludovico Ariosto, le cui edizioni dell’Orlando furioso furono ben tre. Fu contagiato Torquato Tasso che trasformò, a causa dell’ossessivo pensiero che la sua opera non fosse sufficientemente pura, la “Gerusalemme liberata” nella “Gerusalemme conquistata”. Altro esempio fu Alessandro Manzoni che, prima di regalarci il suo memorabile capolavoro “I promessi sposi”, passò per il “Fermo e Lucia”, la “Ventisettana” e la “Quarantana”.

Questa mia non vuole essere una critica a questi artisti dell’empireo letterario. Non mi permetterei mai. Non ne avrei nemmeno le competenze tecniche. Io, semplicemente, da artigiano della scrittura, come detto poc’anzi, voglio spingere i lettori e gli scrittori soprattutto, a pensare. Insomma, quando dire basta? Quando capire se un’opera è completa? Quando poterla accantonare e finalmente dedicarsi ad altro senza continuamente, ossessivamente, proseguire con l’inseguimento di una chimera?

Forse la mia è una caccia alle streghe, ma la cosa peggiore di una caccia alle streghe, come ho sentito dire, è una strega, una strega vera, in carne e ossa che sta di fronte ai nostri occhi. Molto spesso, infatti, mi è capitato di sentire persone che scrivono, non necessariamente scrittori, che non sanno come, quando o perché fermare una storia. Non sanno dove andare a mettere la parola fine. Non sanno proprio quando metterla! M’infilo anch’io nella schiera di questi compositori di storie infinite, perché tra i miei lavori, ce ne sono alcuni, ancora incompiuti, che mai verranno terminati, proprio perché non ho saputo mettere la parola fine.

Con il passare degli anni, tramite la lettura e la scrittura, due esercizi indispensabili per chi vuole scrivere anche solo per diletto, ho capito che ci sono due modi per riuscire a compiere questo difficile eppure indispensabile atto, tralasciando ovviamente il perfezionismo patologico che sfocia nel disturbo di personalità ossessivo-compulsivo. Questi due metodi, se così li possiamo chiamare, sono “induttivo” e “deduttivo”.

Con il secondo metodo, il narratore si prepara con amore una scaletta, uno schema che evolve durante la stesura dell’opera e sbozza quest’ultima dal marmo grezzo della propria mente, a poco a poco. È, lo schema, una sorta di traccia, una bussola letteraria che indica la via su ciò che si vuole fare. È inevitabile quindi che esso giunga alla fine ed è forse più semplice da padroneggiare, rispetto a un intero romanzo. Un po’ come nel metodo scientifico. Formulo un’ipotesi, la verifico tramite esperimenti e se le conclusioni confermano l’ipotesi, ho terminato, altrimenti proseguo fin dove devo arrivare.

Con il primo metodo, al contrario, lo scrittore non ha bisogno di prepararsi la scaletta perché, più fantasiosamente, ha tutto in testa e viene folgorato dalla conclusione, quand’essa gli si palesa di fronte. Tuttavia è arduo riuscire a coglierla, perché è molto labile, sia come concetto sia come indicazione. Non c’è nulla di scritto. Niente nero su bianco, quindi si rischierebbe di lasciarsi sfuggire la parola fine e tornare daccapo.

E a questo punto, il mio discorso non vuol dire che si debba necessariamente seguire l’una o l’altra via. Il mio discorso è un’indicazione, tutto qui, un modo diverso di vedere le cose. E se qualcuno non vuole abbandonare, se vuole essere vittima e carnefice della propria storia perché è l’unico modo che conosce per essere felice, tralasciando i dettagli cruenti di questi due sostantivi, be’, lo faccia! Non sarò certo io a dirgli il contrario. Però dovrebbe capire che a volte il troppo stroppia e che si può sempre trovare qualcosa di nuovo da fare. Anche Rocky, un bel giorno, dovrà arrendersi e appendere i guantoni al chiodo, sia per boxare che per allenarsi.

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