FRANK ZAPPA SAID…

Uscimmo dalla via e sentimmo un’ambulanza che si avvicinava di corsa alla zona in cui eravamo e andò a fermarsi vicino al Jolly.

C’era un capannello di curiosi che si era radunato a guardare cos’era successo. Erano gli ultimi, insieme a noi che non ce n’eravamo ancora andati.

Due paramedici concitati erano scesi con la barella per caricare un ragazzo che stava riverso sul marciapiede con la faccia sporca di vomito e i tremori. La sua ragazza piangeva e continuava a strattonarlo per la giacca. Gli amici alticci non ridevano più.

Avevo visto quella scena altre volte, ma mi parve peggio del solito in quel momento. Avrei letto di lui sui giornali il giorno successivo?

Guardai Vanessa che fissava quelle persone muoversi frettolosamente, come i fotogrammi successivi alla scena piùcruenta di un film horror pieno di mutilati e zombie.

«I limoni e i coglioni ci sono tutto l’anno…» borbottai, poi mi voltai per andarmene, ma Vanessa rimaneva là, bloccata sulle gambe, a osservare quello che succedeva. Non riusciva a distogliere lo sguardo. Era spaventata e preoccupata.

Si chiusero in fretta i portelloni e l’autolettiga, a sirene spiegate, filò via sgommando.

Vanessa fece ancora resistenza mentre la tiravo per il braccio.

«Vieni, dai, andiamo!» insistetti. Alla fine lei si appoggiò a me e mi seguì. Quando fu accanto alla sua auto mi sembrava scossa.

«Calmati, ok? Non è successo niente.»

«Come non è successo niente?» esclamò isterica. «Hai beccato quel tizio che vendeva droga e il ragazzo sul marciapiede… è quasi morto.»

«Sono certo che si riprenderà, dammi retta…» dissi cercando di tranquillizzarla.

«E come fai a dirlo? Sei un medico forse? Hai visto com’era conciato?»

Non seppi cosa rispondere alle sue domande. No, non ero un medico. E no, non sapevo se si sarebbe ripreso. Però io quelle situazioni le avevo già vissute, per me erano la normalità, mentre Vanessa era la prima volta che si trovava in quella melma puzzolente dei bassifondi.

Anche Monza era una città dalle due facce: alternava il bello e il brutto della gente e della vita. C’erano le grandi contraddizioni: locali ben visti e famosi e droga e donne che giravano nei vicoli malfamati.

«Per favore Vanessa, calmati. È meglio se ti riaccompagno a casa io.»

«No, no, ce la faccio. Tranquillo…» e parve rasserenarsi. Mi abbracciò forte e mi baciò sulla guancia dicendo: «Ora capisco perché vuoi andartene da qui».

«Sono durato anche troppo. Quattro anni così sono tanti!»

Salì in macchina e accese il motore, dopodiché abbassò il finestrino e mi guardò ancora. Mi mostrò un sorriso forzato e io le accarezzai la guancia.

«Stanotte, quando andrai a letto, lascia perdere quello che hai visto e sentito. Pensa a me, d’accordo. Pensa a me.»

«Aiutami a dormire allora.»

«Ancora qualche giorno Vanessa. Poi potrò andarmene da qui e avremo più tempo per stare insieme…» le dissi per confortarla.

Mi venne in mente una frase a quel punto, una frase che mi ripetevo spesso per cercare di capire certe persone e che, ne ero sicuro, coglieva nel segno. «Sai, Vanessa, Frank Zappa diceva: “La droga non è cattiva. La droga è un composto chimico. Il problema è quando quelli che si drogano la considerano una licenza per comportarsi come teste di cazzo”.»

Sorrise quelle parole: «Forse Frank Zappa aveva ragione…»

Mi salutò e partì per tornare a casa. Io rimasi lì fermo a guardarla mentre si allontanava. Scomparve dietro la prima curva e anch’io mi diressi verso la mia auto e presi la strada di casa.

«Proprio come teste di cazzo…»

(Tratto dal capitolo 12 – FRANK ZAPPA SAID…, “Lupus et agnus“, Raul Londra)

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