PIOVE (parte 2)

Chi ero io?

Io ero l’immagine che davo agli altri di me stesso. Non contava che cosa avessi dentro davvero, che cosa provassi quando andavo a lavorare al Jolly vedendo gente tirare coca, o mandargiù pasticche, o scopare nei vicoli bui dietro il locale. Non contava che adorassi scrivere e desiderassi pubblicare dei libri. In fin dei conti non ero un ragazzo che lavorava in biblioteca. Quella era la facciata per salvare le apparenze.

Ero un poco di buono, un gorilla che pestava perché quella era l’unica cosa che sapeva fare. Pestare. Pestare fino a non sentirmi più le mani. Pestare fino a far paura agli altri.

Ero il Nero perché forse gli altri credevano che me ne andassi a spasso con la morte che mi veniva dietro. Forse ero un mostro, non lo so. Tutto il resto però, tutto ciò che ero davvero, non era importante.

Io ero il lupo cattivo della favola e un lupo cattivo non merita di essere felice, non merita ciò che potrebbe avere. Deve rimanere solo, soffrire in silenzio, nascondere la propria anima e mostrare il nero della notte che ha dentro di sé. Un lupo cattivo deve divorare l’agnello innocente che è venuto al ruscello ad abbeverarsi perché è assetato di sangue.

E poi alla fine il mostro deve morire lasciando di sé soltanto un’immagine di incubo, terrore e angoscia.

Mi alzai con fare impacciato; il respiro pesante mi affannava il petto. Mi avvicinai alla finestra, tirai la tenda e guardai fuori, la strada nera e lucida, illuminata dall’alone cadaverico del lampione.

C’era un’atmosfera spettrale e il silenzio aumentava l’ansia che portavo dentro di me. Lo scroscio di un’auto in lontananza mi ridestò dal torpore che mi aveva preso e alzai lo sguardo verso il cono di luce attraverso cui si intravedevano gocce di acqua cadere a terra.

Forse quello che avevo pensato di me non ero veramente io, ma non c’era più nessuno a dire il contrario.

«Piove.»

(Tratto dal capitolo 5 – PIOVE, “Lupus et agnus“, Raul Londra)

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