PIOVE (parte 1)

In un primo momento mi sentii strano perché provai una sensazione con cui non avevo confidenza da qualche mese: restare fermo nello stesso posto con una miriade di idee che mi vorticavano per la testa era come essere inchiodato a una sedia nell’occhio di un tornado.

Mi sembrò un po’ stupido scrivere cose inventate o forse anche reali per continuare una storia che avevo congelato da un sacco di tempo. E poi, mi chiesi, una volta finita la storia che cosa avrei fatto? Avrei pubblicato? Chiedendo a chi? A case editrici che ti succhiano il sangue per stampare qualcosa di tuo? Avrei sperato di ottenere il successo di grandi scrittori affermati e famosi che guadagnano un sacco di soldi con i loro romanzi e possono vivere dei diritti di autore delle proprie opere? Ce l’avrei fatta?

Improvvisamente mi afferrò una strana arrendevolezza.

Lasciai cascare le braccia dietro lo schienale della sedia. Perché mi sentivo così? Scrivere mi aveva sempre dato piacere e divertimento. Perché ora le mie storie mi lasciavano indifferente?

Mi alzai e iniziai a camminare per la stanza. Non sapevo cosa fare e mi sentivo un idiota. Perché mi trovavo in quello stato? Che cos’era successo dall’ultima volta che mi ero preso una pausa dal trantran quotidiano per mettermi a scrivere? Che cosa c’era stato lì in mezzo? Niente di sconvolgente. Niente di eccitante. Solo la noia di tutti i giorni e le solite cose che facevo. Non era cambiato granché.

Rimanevo invischiato lì, in un spazio interdimensionale, uno spazio tra gli spazi, in mezzo a ciò che avevo vissuto fino a quel momento e ciò che avrei potuto vivere domani, un bivio tra passato e futuro con l’intero presente che mi scivolava addosso come olio pesante da una giara.

Tornai a sedermi sbuffando e provai a rileggere le ultime righe che avevo scritto.

Man mano che riguardavo, mi spingevo sempre più indietro nella storia, come a voler ripartire dall’inizio, a capire da dov’ero passato per giungere fin lì.

Ogni tanto sorridevo intuendo che cosa mi aveva portato a mettere una determinata frase in un ampio periodo oppure scuotevo il capo divertito per le situazioni che avevo descritto.

La storia che avevo inventato mi aveva colpito e la stavo raccontando anche abbastanza bene, però ancora non mi venne in mente come proseguire.

Il tempo passò e tutto ciò che scrissi in quasi due ore fu una mezza paginetta, messa lì giusto per terminare il pensiero che non avevo concluso mesi prima.

Non ero per nulla soddisfatto, però non sapevo che altro fare. Era inutile fissare lo schermo del computer sperando che un’idea pazzesca e geniale mi attraversasse la mente. Che poi, tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare, come dice il proverbio. Tra l’avere un’idea e lo scriverla dentro un romanzo già avviato c’è un abisso a volte.

Il profumo del pranzo iniziò a stuzzicarmi le narici e quando guardai l’orologio vidi che segnava mezzogiorno e un quarto. Mia madre non mi aveva ancora chiamato, o forse io non l’avevo sentita, immerso in un ciclone di pensieri confusi. Controllai anche altri file salvati in memoria. Sempre file di scrittura. Tante altre storie, tanti altri racconti e un paio di romanzi terminati l’anno precedente.

Sorrisi compiaciuto: avevo una marea di cose da proporre alle case editrici, grandi e piccole, ma non ero sicuro che le mie storie sarebbero piaciute. La soddisfazione per aver scritto così tanto e magari così bene svaniva quasi subito pensando alla montagna che si trovava di fronte a me e che avrei dovuto scalare.

Solitamente, quando invii un tuo lavoro che vorresti pubblicare, ti arriva una lettera per posta ordinaria oppure una e-mail con la quale la casa editrice interpellata ti spiega che la tua opera non risponde alle linee editoriali. A volte, se sei fortunato, ti viene anche motivato il rifiuto, ma solo se sei fortunato.

La mia paura era proprio quella: caricarmi di false aspettative, esagerare con le illusioni per poi rimanere deluso da gente cui non fregava niente di me e dei miei sogni. In fondo io, per qualunque casa editrice, non ero né più né meno che uno di tanti sognatori che c’erano in giro.

Ma per me scrivere era molto più che vedere il mio nome in copertina. Per questo avevo paura e continuavo a tenere i miei lavori salvati sull’hard disk del computer senza dire nulla a nessuno.

Sì, il sogno c’era, ma era come l’ultima, la più piccola delle matrioske, nascosta da tutti gli involucri delle altre bambole più grandi.

Continuai a leggere i miei vecchi lavori per un quarto d’ora divertendomi a rivivere a distanza di molto tempo le sensazioni provate mentre scrivevo quelle storie.

Quando mia madre mi chiamò dicendomi che era pronto il pranzo, spensi il computer con una vena di nostalgia per quei bei momenti passati, dopodiché mi alzai e me ne andai nel cucinino.

Mentre chiudevo la porta della mia camera sentii il magone che mi attraversava il petto e provai subito un’immensa voglia di scoppiare a piangere. Mi voltai sospirando; il pensare a tutte quelle storie a tutti quei fiumi di parole mi faceva tornare in mente Simona perché di molto parlavano le decine e decine di racconti e i due romanzi terminati, ma soprattutto di lei, la mia Simona che se n’era andata.

E fuori, in un giorno di cemento, la pioggia continuava a cadere.

(Tratto dal capitolo 5 – PIOVE, “Lupus et agnus“, Raul Londra)

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