LA PRIGIONE DI VETRO

«Chi sei tu?»

Vedevo soltanto una figura dal profilo femminile in mezzo all’oscurità, illuminata da una sottile aura di luce bianca. Non sapevo dove fossi. Non sapevo chi fossi. Non sapevo perché fossi lì.

Eppure, nonostante tutte quelli incertezze, avevo un certezza che mi faceva dire: “Questo è il posto in cui devo stare!” e cioè, sembrava che mi trovassi lì da tanto tempo, come se da sempre io fossi esistito lì, in quel mondo tutto nero, squarciato da una strana figura luminescente a pochi metri da me.

«Chi sei tu?» ripetei ancora ma la figura mi fissava senza parlare. «Rispondimi!» esortai. Ancora niente.

All’improvviso udii la sua voce, dolce e tranquilla che mi parlava e diceva: «Tu sai chi sono.»

Non era vero. «Non è vero!» gridai. Non lo sapevo, o almeno così credevo.

«Sì che lo sai, e sai anche chi sei tu.» continuò la voce.

Non avevo la più pallida idea di chi fosse quella ragazza; il suo ritratto era tutta l’oscurità che vedevo intorno a me e a lei. Così mi sentivo, come una notte buia senza stelle, né luna, né luce alcuna.

«Tu sei il risultato di tutto ciò che vedi qui.»

«E che cosa vedo?» domandai frustrato.

«Non è quel che vedo io, ciò che tu vedi. Non ti posso rispondere.» la figura rimaneva enigmatica. Non capivo che cosa intendesse con quelle criptiche parole. Dopodiché provai a comprendere. «Se io sono quel che vedo qui, allora perché vedo tutto nero intorno a me ad eccezione di te? Significa che io sono te?»

«Significa che io faccio parte del tuo mondo, l’unica cosa che tu ricordi. Intorno è tutto nero per te perché tu non vedi, non ancora almeno.»

Risultava difficile da capire, però per me sembrava avere un senso. Ora forse mi stavo convincendo di averla già vista in passato, mi stavo convincendo di conoscerla, di sapere chi fosse. E ad un tratto non serviva più che mi convincessi per credere: sapevo chi era.

«Cristina…» mormorai e lei alzò lo sguardo verso di me.

«Conosci il mio nome. E il tuo?» mi domandò sorridendo.

Sembrava strano ma non me lo ricordavo, non ancora. Ed era proprio quella parola a darmi speranza dentro quel bunker nero senza uscite: ancora.

Ancora voleva dire che non mi ricordavo qualcosa che presto avrei ritrovato dentro la mia mente. Ancora significava che non sarei rimasto per sempre un’entità astratta senza identità. No, tra non molto sarei tornato a esistere, ad essere un chi, con un nome, un’età, un sesso, una vita propria, dei ricordi, una realtà.

Realtà. Ma che cos’è in fondo la realtà? Che cos’era in quel momento? Anche quella in cui mi trovavo invischiato con il fantasma di un ricordo e le tenebre intorno, anche quella mi sembrava una realtà.

«Che cos’è reale?» chiesi, ignorando tutti gli altri dubbi, cercando di dare una voce a ciò che mi passava per la mente in quell’istante.

«Qualcosa che noi scegliamo essere tale, suppongo. Ma un’allucinazione, per quanto verosimile possa apparire, è reale? Se la consideriamo tale, credo di sì. Però non lo è, vero?» mi rispose Cristina ammiccando mentre correva dietro al filo dei miei pensieri.

«Allora questa è un’allucinazione?»

«Dipende da come la consideri. Non lo devi chiedere a me, ma a te stesso.»

«Sei nella mia testa?» sbottai e Cristina rise. «Io sono sempre stata nella tua testa. Sono sempre stata qui. Non sono un’allucinazione. Io esisto. Qui e adesso io segui solo la tua spasmodica ricerca della verità.»

«Io devo cercare di trovare qualcosa di reale perché…»

«…in questo modo» fece lei diventando seria: «potresti aggrapparti a quel qualcosa per riconoscere la realtà che lo circonda e tentare di ricordare chi eri.»

Io annuii senza replicare. Aveva ragione, era nella mia testa e probabilmente cercava di aiutarmi, ma io mi vedevo solo sbattere contro un muro di cemento e mattoni, senza capire nulla.

A quel punto lei si avvicinò lentamente a me. La sua luce illuminava tutt’intorno a noi, senza però che io riuscissi a vedere nulla di ciò che ci circondava, neppure il terreno su cui sembrava che poggiassimo i piedi.

“Forse fluttuiamo nell’aria!” pensai e mi sembrò stupido immaginare cose del genere: Cristina era nella mia testa e sentiva i miei pensieri in un modo o nell’altro.

Il mio comportamento era decisamente singolare, o forse no. Mettevo da parte tutto ciò che di inconsueto mi appariva per addentrarmi in una fitta giungla di mistero alla ricerca della verità.

Rimasi immobile a fissare la sagoma bianca di Cristina che stava a mezzo metro da me e mi osservava. Potevo scorgere i suoi occhi verdi che mi studiavano divertiti, i folti capelli ramati, tutti ricci e l’espressione gioviale che mi faceva sentire in pace. “Lei non è un’allucinazione, perciò è reale.” Riflettei. “E se lei è reale, lo sarà anche tutto il mondo che la circonda e…”

Cristina fece un cenno col capo. «…sì. Se trovi la realtà che gravita intorno a me, troverai anche te stesso perché ne fai parte.»

«Esatto.» confermai. «Ma io non ricordo nulla di tutto il mio passato.»

«Nemmeno come ti chiami?» domandò lei.

«No. Ma tu sai chi sono e conosci il mio nome!»

«Sì, so chi sei e conosco il tuo nome.» ripeté lei. La mia espressione sollevata durò un istante. «Ma non te lo dirò.»

«Perché no?» ero furioso e tutta la rabbia e la frustrazione che avevo in corpo uscirono violentemente in quelle due parole, con quella domanda: perché no?

Cristina non disse nulla e il suo volto divenne triste.

«Dovrei arrivarci da solo?» chiesi calmandomi.

Lei annuì e io sbuffai contrariato. Come poteva farmi quello? Aveva la risposta lì, a portata di mano e non me la confidava. Sapeva chi ero, conosceva il mio nome e non mi rivelava nulla. «Perché mi abbandoni senza la risposta che cerco?»

«Io non ti ho abbandonato.» disse Cristina sorridendo ancora, eppure io vedevo un velo di tristezza in quel volto. «Io sono l’unica che sia sempre rimasta con te. E sono qui ancora adesso.»

(Tratto dal racconto LA PRIGIONE DI VETRO, “Memorabilia – Storie di un mondo invisibile“, Raul Londra)

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