EPISTULA II

Ciao Delta,

ho letta la tua lunga lettera, decisamente migliore di quelle che io ti avevo scritto anni fa, impastate di sentimento adolescenziale e nulla più. Mi sono fermato a riflettere. Amo molto riflettere, specie in queste situazioni.

Ero nervoso ed eccitato al tempo stesso alla fine e mi sembrava di aver fatto una lunga corsa. E forse un po’ ho corso per mettermi al passo scorrendo un trascorso di molti anni in quattro sole pagine. Quante cose hai fatto nella tua vita! Quante esperienze hai affrontato in soli diciannove anni! Quanto sei diventata grande!

Parlare così mi fa sembrare un fratello più grande che si preoccupa per te, ma in realtà mi sento un piccolo borghesuccio ottocentesco, tutto intento nei suoi affari di città e nella sua famiglia, e forse un po’ lo sono anche.

Ricordo ancora le prime volte in cui tentavo di scrivere lettere che fossero indirizzate a te o ad una destinataria immaginaria. Le prime parole erano sempre le stesse: si fa fatica a scrivere con il computer perché rende qualsiasi cosa impersonale. Ogni lettera, ogni frase, ogni pensiero, passa attraverso il vaglio critico della ragione logica di una macchina, incapace di provare sentimenti, incapace di discernere una situazione oltre un certo limite di evidenze.

Eppure in tanto tempo ho imparato tante cose.

Ho imparato a prevedere le conseguenze delle mie azioni e anche l’avvenire, ho imparato a conoscere davvero le persone, ho imparato a non fidare molto nel destino perché non mi piace l’idea di non poter gestire il mio futuro. Eh sì, alla fin fine ho imparato anche a scrivere con il computer.

Una cosa che non ho ancora imparato invece è: controllare i sentimenti fino in fondo. I sentimenti sono quelle cose che fanno strage nell’anima di una persona, sono quegli enti astratti che hanno sempre in mano la vittoria alla fine di qualsiasi guerra, sono quell’esercito di mantelli rossi che può farci vincere una battaglia se siamo schierati con loro e che ci sconfigge se siamo contro.

Perciò non preoccuparti se noterai poco filo logico in questa lettera: la colpa è dei sentimenti.

Percepisco qualcosa dentro, qualcosa provato in passato pochissime volte, qualcosa che mi sconvolge e ruggisce come un leone feroce, qualcosa che non mi permette di essere me stesso.

Questo nonostante io appaia spesso quanto mai austero e cinico. Fa sempre parte della mia natura. Io voglio mostrarmi così per dare un’immagine solida cui una persona possa aggrapparsi. Non sopporto i ragazzi o gli uomini che piangono, ma quante volte mi sono visto in lacrime per amore, dolore, nostalgia. Niente di ciò tuttavia ho mai mostrato o condiviso con gli altri perché queste sono cose da donare a persone speciali.

Sono asociale, è vero. Ma forse lo sono non per esclusiva volontà mia. È possibile che io lo sia diventato a causa del mio essere un po’ borghesuccio ottocentesco, o magari anche a causa dell’ambiente che mi ha sempre circondato negli ultimi cinque anni.

Al liceo la vita scorre tutta uguale e se non fai qualcosa per cambiarla, finisce che ti soverchia: o resisti stoicamente, oppure soccombi. Queste sono le uniche due soluzioni.

Io ho resistito perché sono nato per resistere fino alla fine. Gli amici, quelli che credevo veri, anch’io li ho persi per strada ma ho conosciuto qualche nuova persona, scelta accuratamente tra lo schieramento di gente che la vita ogni giorno mi sottopone. In compenso è cresciuto il novero dei miei nemici, ma un gruppo di nemici tra i peggiori che la vita stessa potesse riservarmi: gli ipocriti.

Ogni giorno, svegliarsi con il magone per la scuola, per i compagni e le compagne, arrivare al liceo, litigare, non andare mai d’accordo con nessuno, estraniarsi dalla vita liceale per non incappare in quegli incidenti di percorso che puntualmente si presentavano sulla mia via.

Oggi è quasi tutto finito.

(Tratto da EPISTULA II, “Memorabilia – Storie di un mondo invisibile“, Raul Londra)

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