MEDEA

Stesa sul talamo nuziale, a fianco il marito Giasone, Medea fissava il soffitto della camera.

La luce della luna risplendeva fuori dalla finestra.

La donna si levò. Gettò uno sguardo all’amore del suo passato, ormai sfigurato e si approssimò al balcone. Grande e bianco, il volto pieno della luna si prendeva gioco della grande maga della Colchide in rovina. Il grande cerchio della notte sembrava ridere della sconvolgente situazione di Medea.

«Glauce! Chi è questa… questa…» e non riusciva a trovare parole. La figlia di Creonte, signore di Corinto, l’indomani avrebbe maritato il suo Giasone.

L’aveva aiutato a recuperare il vello d’oro. L’aveva salvato dall’ira di suo padre, il re colco Eete. L’aveva amato più della sua stessa vita. Per lui aveva ucciso e fatto a pezzi suo fratello Absirto, sangue del proprio sangue, sgretolando i legami tribali che la legavano alla sua terra e alla sua famiglia.

Questa fu Medea, la grande Medea, in preda alla passione travolgente dell’amore.

Ora chi poteva dire di essere? O meglio, che cosa poteva dire di essere? Meno di una donna. Neppure una persona pari alle altre. Una barbara, straniera in terra straniera. Un oggetto da gettare via.

Il mattino avrebbe portato a Medea epitalami, infauste liriche d’amore e poi tutto sarebbe cessato. Lei non sarebbe più stata la moglie di Giasone, ma solo l’amante, secondo una consuetudine greca che permetteva una poligamia alquanto libera per i cittadini della polis.

Avrebbe perso ogni cosa e insieme l’amore di un uomo che era tutta la sua vita. E per cosa? Per vani sogni di gloria di un mortale che avrebbero lasciato nient’altro che polvere dietro di sé?

Questa non poteva essere Medea.

Alzò gli occhi scuri verso la luna e cercò una risposta dalla signora della notte ma non accadde nulla.

Abbassò il volto Medea e appoggiò le mani al corrimano di pietra del balcone. Un singhiozzo debole. Caddero solo poche lacrime, le ultime forse le uniche che quell’infelice sventurata poteva versare. Null’altro. Niente più per un uomo che aveva smarrito l’amore.

Tornò a stendersi sul letto. Giasone dormiva placidamente, ignaro di ogni cosa. Nella stanza a fianco c’erano i bambini, i loro due figli. Lei poteva quasi sentirli respirare dolcemente. Pensò e ripensò a loro, quei due meravigliosi raggi di sole…

…i bambini… anche loro…

Medea si addormentò e il suo sonno fu molto agitato.

Sognò sempre il medesimo, irreale ritratto della sua triste esistenza: Giasone, i loro figli, Glauce, Creonte, Absirto ormai nell’Ade, Eete, Corinto e la Colchide. Perché aveva lasciato la terra patria per fuggire con un uomo? Perché era caduta nella ragnatela dell’amore? Domande futili. Ora era troppo tardi.

(Tratto dal racconto MEDEA, “Memorabilia – Storie di un mondo invisibile”, Raul Londra)

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