ACHILLE’S LAST STAND

Quella mattina Achille si svegliò presto e uscì dalla sua tenda.

Aveva dormito soltanto un’ora o due, sul far dell’alba; il pensiero fisso e proteso verso l’amico Patroclo che ora dimorava nell’Ade, caduto per mano di Ettore, signore dei cavalli.

Il prode guerriero si voltò e vide dietro di sé l’accampamento degli Achei: alcuni erano ancora in forze, quelli erano i grandi eroi, altri erano feriti, bendati, altri ancora erano cadaveri ormai e venivano ricomposti con atteggiamento regale e sistemati in un luogo appartato.

Tornò a fissare il mare e il sole giallo che sorgeva da una distesa azzurra. Quei colori non rispecchiavano per nulla il suo animo colmo di dolore. In tanti dei Mirmidoni, i suoi sudditi, avevano provato ad avvicinarlo per consolarlo della morte di Patroclo, ma nessuno vi era riuscito veramente. Non che Achille li allontanasse in modo furioso, solo stava ad ascoltare le parole, a suo dire vuote, dei compagni di guerra con lo sguardo perso sul mare.

Quando capiva che il discorso di consolazione era terminato, si alzava, malediceva quella guerra, la guerra di Troia, nata da un battibecco tra un moccioso che corre dietro alle sottane delle ragazze e un marito che non sa tenere la propria moglie nel letto e se ne tornava nella tenda, da solo, non riuscendo a trovare pace neppure con il sonno, con il cibo o con l’amore di una concubina.

Quel mattino tuttavia fu diverso e i Mirmidoni che lo seguivano ormai da tempo se ne resero conto appena incrociarono i suoi occhi, fuori dalla tenda.

Achille si diresse verso la spiaggia con fare pacato.

Piangeva, raccontarono alcuni dei suoi, ma non invocando gli dèi, gridando e strappandosi i capelli. Il suo era un pianto silenzioso: i suoi occhi stillavano lacrime per il suo amico e lontano, fissavano il sole che saliva sempre più alto nel cielo.

«Presto sarà il mio momento… di andarmene e tornerò da te, Patroclo, amico mio.» sussurrò alla brezza marina che si alzava portando alle sue narici il profumo del mare. «Presto sarà il mio momento. Attendi.»

Pianse ancora. Le lacrime calde solcavano le sue gote e cadevano al suolo, bagnando la sabbia del lido e poi sparivano risucchiate dalle onde del mare che si infrangevano lì a riva.

Achille si coprì il volto con una mano per qualche istante, chiuse gli occhi e si inginocchiò sulla sabbia.

Quando si alzò, si voltò per tornare alla tenda e tutti lo riconobbero, dall’incedere, dal portamento fiero.

«Mirmidoni! Il vostro signore, Achille figlio di Peleo, è tornato! Preparatevi alla battaglia!» pronunciò soltanto quelle poche parole e i suoi compagni si prepararono gridando e battendo le lance contro gli scudi: ora la vittoria era certa.

«Mio signore, Achille.» si avvicinò un giovane, forte, uno degli ultimi tra i Mirmidoni. «Siete tornato per vendicare Patroclo! Il vostro cuore sarà colmo di tristezza.»

«Vedi, mio buon amico,» gli si facevano ancora largo le lacrime e gli occhi diventavano lucidi: «io avevo una sola ragione per vivere ed era lui. Non la gloria, non la ricchezza o il potere. Con Patroclo tutto passava in secondo piano… e i Troiani me l’hanno portato via. Ettore, il grande domatore di cavalli, me l’ha portato via!»

Ci fu una breve pausa mentre ancora Achille tornava a fissare il mare, poi si girò di nuovo e puntò gli occhi sul giovane Mirmidone. «Il mio cuore ora è morto. Non prova più nulla. Trabocca solo di rabbia e il suo unico scopo è imbrigliare le nuove armi forgiate dal dio vulcano Efesto e portare vendetta.»

(Tratto dal racconto ACHILLE’S LAST STAND, “Memorabilia – Storie di un mondo invisibile“, Raul Londra)

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